mercoledì 13 aprile 2016

4. Etica e politica




4.1 Tra il diritto del più forte e la giustizia del più saggio
4.2 Ipotesi sulla nascita della città
4.3 L’apparato militare dello Stato
4.4 Divisione classista della società
4.5 Il sapere al potere
4.6 Istruzione e obblighi dei filosofi



4.1 Tra il diritto del più forte e la giustizia del più saggio

Il sipario della Repubblica si apre su una bella scena di festa religiosa d'inizio estate che si celebra al Pireo, il porto di Atene. Dove Socrate, ligio come sempre nell'assolvimento dei suoi doveri civici, si è recato insieme a Glaucone, fratello di Platone. Quando al momento del ritorno in città, il filosofo incontra un certo Polemarco, il quale lo invita a fermarsi a cena presso di lui, per una serata conviviale insieme ad altri amici. Giunti a destinazione, Socrate si intrattiene per primo con Cefalo, il padrone di casa e anziano padre di Polemarco. Con lui comincia a parlare della vecchiaia, chiedendogli cosa ne pensasse. E quello, invece di lamentarsi della sua condizione, ne parla bene, soddisfatto di non essere più preda di tante passioni come una volta. Allora il filosofo ribatte che è facile parlare così per un uomo ricco qual è Cefalo. Costui conferma, precisando però che non è questo il punto, perché un uomo privo di moderazione e temperanza, ricco o povero che sia, vive comunque infelice. Socrate chiede quindi di sapere qual è il più grande vantaggio che la ricchezza può procurare. Un benestante, risponde il vecchio, può permettersi di vivere con giustizia, cioè senza essere costretto a mentire per compiacere gli altri, e con la possibilità di pagare i debiti contratti, sia con gli uomini che con gli dèi.

Con ciò Cefalo esce di scena. Il suo prologo è servito giusto a introdurre il discorso sulla giustizia, che ora si protrae per tutto il primo Libro. Socrate trae spunto dalle ultime parole pronunciate dall’anziano, per far notare come, nonostante il buon esempio che ha dato di sé, non sia riuscito a definire come si deve la «giustizia in sé» (331c). Perché dire la verità, e restituire il dovuto, può rivelarsi anche un atto ingiusto. Come quando uno dà in consegna delle armi a un amico, e poi impazzisce. In una simile circostanza, se costui in questo stato si presentasse a chiedere la restituzione di quegli strumenti pericolosi, sarebbe ingiusto consentire, e anche rivelare allo sventurato la sua condizione. Mentre sarebbe piuttosto il caso di agire al contrario, per salvare il pazzo da se stesso e non ferire il suo amor proprio. Al che interviene Polemarco, per ribadire la definizione data da suo padre, che trova conferma anche nel detto del celebre Simonide, secondo cui la giustizia consiste appunto nel restituire il dovuto, che poi è come dare a ciascuno il suo. Socrate condivide la massima del «sapiente e divino» poeta, ma ciò non toglie, e anzi conferma la validità del suo esempio. Perché anche Simonide direbbe che mettere delle armi in mano a un amico uscito di senno, sarebbe come procurargli un grave danno. Per cui la restituzione va fatta, ma solo quando non nuoce a chi la riceve.

Polemarco è d’accordo, ma Socrate non è ancora soddisfatto. Gli chiede quindi se quella definizione che hanno concordato, oltre che in riferimento al bene da rendere agli amici, sia valida anche per il male da restituire ai nemici, e quello risponde senz’altro di sì. Di modo che l’ideale di giustizia sembra comprendere in sostanza l’antica legge del taglione. La quale, secondo la logica dell’occhio per occhio, dà diritto alla parte offesa di infliggere al reo una pena uguale al danno ricevuto. Una concezione che, com’è facile prevedere, Socrate non condivide per niente. Perché fare del male non si addice in nessun caso a un «uomo buono» e giusto, nemmeno se compiuto verso il peggior nemico. E nemmeno è tanto per obbedire a un comando divino, che il virtuoso agisce così, quanto per una constatazione evidente. Infatti, come quando si maltratta un animale, quello diventa peggiore, così succede agli uomini. Sicché accanirsi per ritorsione contro un uomo ingiusto, non porta ad altro che aumentare la sua cattiveria. Il che darebbe luogo al paradosso per cui la presunta giustizia dei giusti renderebbe gli ingiusti ancora più ingiusti di quello che sono. Tanto è vero che in realtà solo a chi è privo del senso di giustizia, cioè i potenti, conviene di avvantaggiare gli amici e danneggiare i nemici. Perché essi agiscono per il loro esclusivo interesse, e considerano gli altri dei semplici mezzi da usare a quello scopo.

Così anche Polemarco concorda che la definizione da lui sostenuta è destituita di fondamento. Egli si appresta a uscire di scena, convinto però che la discussione debba ricomincia da capo, per cercare quale sia la vera natura di quella virtù che si va cercando. A questo punto interviene Trasimaco, noto sofista, che espone una concezione opposta, per così dire machiavellica della giustizia. Costui è rappresentato come lo spregiudicato della situazione, che peraltro esordisce in modo aggressivo nella discussione, attaccando apertamente Socrate. Lo accusa per i suoi giri di parole inconcludenti, l’ostentata ignoranza, nonché la «famosa e abituale ironia», tacciata di essere un espediente per fare domande e confutare le risposte, senza però che egli stesso spieghi mai di cosa sta parlando. Il filosofo incassa le invettive, e senza scomporsi invita il sofista a parlare, per far conoscere la sua opinione. Affinché sia poi messo ancor più in cattiva luce, Trasimaco chiede perfino di essere pagato, se gli altri vogliono ascoltarlo, ma Socrate risponde di non avere soldi, al che gli altri presenti si offrono di coprire la somma necessaria.

Ora, a parte gli artifici letterari, c’è da dire che qui Platone, il filosofo idealista per antonomasia, rivela il suo profondo senso di realismo politico, appunto con le parole che fa pronunciare a Trasimaco. Il quale esordisce definendo la giustizia senza mezzi termini, come «l'interesse del più forte» (338c). E a Socrate, che fa finta di non capire, spiega come con ciò debba intendersi «l'interesse del potere costituito». Così che, quei potenti che il filosofo aveva appena tacciato di opportunismo, trovano ora una voce che si leva in loro difesa. Ebbene il sofista ritiene che tirannia, oligarchia o democrazia, non si distinguono se non per delle formalità. Poiché quanto al resto, qualunque sia il tipo di governo in carica, la sostanza del potere da parte di chi lo detiene è sempre la stessa: legiferare, cioè comandare, e disporre della forza necessaria per farsi obbedire. Egli aggiunge poi come sia del tutto ovvio che chiunque sgomiti per raggiungere una posizione dominante, lo faccia pensando a se stesso piuttosto che al prossimo. Perché anzi è naturale che l’ambizioso sia intento a perseguire il proprio utile, e che lo faccia fatalmente a spese degli altri.

Socrate replica che anche per lui la giustizia è qualcosa di utile, e però in senso contrario a quello espresso dal sofista. Vale a dire che a suo parere il governo giusto non persegue l'interesse del più forte, bensì quello del più debole. Si tratta di un paradossale e decisamente antistorico idealismo politico, sostenuto peraltro da un argomento controverso. Tra i vari esempi proposti c’è quello del medico, e però introdotto da una strana premessa che poi è ribadita alla fine. Ebbene il filosofo pone la condizione che il vero medico non sia «un affarista» (341c e 342e), bensì uno che cura le malattie. Evidentemente per dire che costui esercita la sua professione nell’interesse del malato, e non per i soldi che ottiene in cambio. Socrate se ne esce con quel dettaglio senza fornire alcuna spiegazione, per cui ancora nemmeno si comprende se la cura debba essere prestata gratuitamente, oppure se sia comunque lecito farsela pagare. Tuttavia il particolare, su cui pure si regge il suo ragionamento, sarà chiarito tra un po’. Per ora, stabilito il carattere per così dire missionario del medico autentico, costui si rivela detentore di un’arte, nonché di un’autorità. I malati sono deboli, hanno bisogno di lui, e questo gli dà un potere su di loro. Attraverso la cura che prescrive, egli governa i corpi, e lo fa in vista della guarigione, che è l’interesse dei malati, e non il suo. Così allo stesso modo si comporta il capitano della nave, che governa l’imbarcazione per la salvezza dei passeggeri; o anche il pastore, che governa il gregge per il bene degli animali. Il tutto per concludere che pure il vero politico non fa eccezione alla regola. Costui possiede l’arte e l’autorità di governo, che esercita sopra i sudditi deboli e bisognosi, al solo scopo di garantire la cura dei loro interessi. Ovviamente sempre ammessa l’ipotesi che lo statista non sia un «affarista», bensì uno che agisce per puro altruismo. Il che è tutto dire.

Quanto a Trasimaco, stavolta tocca a lui fare dell’ironia, riferendosi all’ultimo esempio proposto da Socrate. Il quale crede ingenuamente che l’allevatore abbia cura degli animali in vista del loro bene, invece che del proprio. E aggiungendo che, come il pastore si comporta con le pecore, così il politico agisce con il gregge umano, ossia senza badare ad altro che al suo vantaggio personale. Perché questa è la legge naturale del potere, ossia che chi detiene il comando è per forza un uomo ingiusto. D’altra parte gli stessi sudditi fanno l’interesse del più forte, e non solo perché costretti a obbedire, bensì perché si ritiene giusto rispettare le leggi, come afferma lo stesso Socrate. Ecco allora che la giustizia si rivela piuttosto «un male» per chi la osserva, poiché il cittadino asservito che fa il suo dovere, favorisce colui che lo opprime e danneggia se stesso. La quale inversione dei valori si verifica in tutte le circostanze della vita, nei rapporti politici come in quelli economici, in cui l’alternativa è sempre una sola. Infatti, o ci si impone sugli altri, oppure si soccombe, con sempre lo stesso risultato che l’ingiusto guadagna e il giusto perde. Il sofista chiama in causa anche il velo di ipocrisia con cui spesso si ammanta il concetto di giustizia. Facendo notare che quando un poveraccio commette un modesto reato, ecco che gli tocca incorrere nella severa punizione . Mentre se un tiranno si appropria con la forza di un’intera città, compiendo con ciò l’«ingiustizia più perfetta», allora nessuno osa fare obiezione, e anzi tutti sono pronti a riverire il nuovo padrone. A conferma di quanto il senso di giustizia sia rovesciato rispetto agli ingenui e illusori sentimentalismi morali, di cui è paladino quello «sciocco di un Socrate». Perché in effetti gli uomini, invece di reputare conveniente ciò che è giusto, ritengono giusto ciò che conviene loro. E se condannano l’ingiustizia è solo per mettersi al sicuro dal doverla subire. Ecco infine come Trasimaco, riepilogando la sua drastica e disincantata posizione, conclude la sua requisitoria: «Così, Socrate, l'ingiustizia, quando si realizza in misura adeguata, è una cosa più forte, più libera, più potente della giustizia, e come ho detto dall'inizio il giusto è l'interesse del più forte, l'ingiusto giova e conviene a se stesso» (343b-344c).

Tra parentesi, un discorso analogo a questo lo pronuncia un certo Callicle nel Gorgia (482c-484c). Anche qui il tema dibattuto è la giustizia, con Socrate che sostiene come il male peggiore per un uomo non sia subire ingiustizia, bensì commetterla impunemente. Al che il sofista citato obietta con una singolare distinzione tra legge di natura e legge degli uomini, per mostrare la loro opposizione. Così egli sostiene che la prima è la legge del più forte, mentre quella umana è la legge dei più deboli. Sarebbero infatti questi ultimi a ritenere che la giustizia consiste nell’uguaglianza. E però solo perché, data la loro mediocrità, costoro che sono i più non vogliono soggiacere alla prepotenza di pochi altri. Laddove l’universale «diritto di natura», vigente nel mondo animale come  in quello umano, prescrive una sola legge, ossia «che il più forte comandi sul più debole e abbia più di lui». Con l’esplicita ammissione che solo la forza rende un uomo migliore e più capace degli altri. Dettaglio quest’ultimo che presta il fianco a un’arguta obiezione di Socrate. Infatti, se fosse come dice Callicle, allora uno schiavo, dato che è di norma più forte del suo padrone, sarebbe migliore di lui. Chiusa parentesi.

Ora, a guardar bene, gli argomenti che Platone mette in bocca ai Sofisti, non sono l’espressione di uno spregiudicato cinismo. Piuttosto quei controversi personaggi dichiarano l’amara verità dei fatti umani. Com’è facile verificare su qualunque manuale di storia, l’intero progresso della civiltà si è retto sulla più spudorata ingiustizia, il cui dominio è del tutto evidente ancora oggi. Così come ogni sete di giustizia è sempre stata soffocata nel sangue. Sicché i Sofisti prendono solo atto della realtà, alla quale semplicemente si adattano. Nemmeno può dirsi che per loro sia questione di dare un giudizio di valore, che tra l’altro, per quel poco che si può cogliere tra le righe, non è neanche univoco. Trasimaco, infatti, sembra dispiacersi per come vanno le cose, mentre Callicle pare ritenere giusto che il mondo sia ingiusto. Piuttosto costoro irridono la bella ma sterile protesta morale di Socrate. Il quale qui, finora, ha evocato la singolare figura del politico disinteressato di se stesso, sul quale concetto si appresta a proseguire. Comunque è già chiaro che Platone è tutt’altro che un anarchico, per cui non se la prende tanto con il potere, quanto con il suo abuso. Anche per lui è giusto e necessario che ci sia uno Stato, ma soprattutto un capo che ne tenga in mano le redini, e che stabilisca l’ordine del consorzio umano. Giusto però a condizione che costui sia uomo di sapere, prima che di potere, e dedito a servire più che a comandare. Vedremo presto come, secondo il suo paradossale idealismo etico-politico, un buon governo può esistere, ma solo se a guidarlo è un governante buono.

Per intanto Socrate non si arrende all’evidenza dei fatti, così bene esposta da Trasimaco, contro il quale tenta un'ultima reazione. Egli si ostina a non ammettere che per il potente l'ingiustizia sia più vantaggiosa del suo contrario, e per dimostrare che questa non è la natura del potere, riprende l’argomento precedente sull’affarismo dei professionisti, che era stato lasciato come in sospeso. Egli ora osserva come sia normale che ogni arte procuri un compenso a chi la esercita. Così il medico è retribuito per la guarigione del malato, il capitano della nave per l’incolumità dei passeggeri, l’artigiano per il manufatto che produce, e così via. Questo però non significa che tutti costoro siano mercenari, perché l’utile, che ciascuno ricava per sé dalla propria arte, è secondario. Dipende infatti dal vantaggio procurato agli altri, quelli ai quali la prestazione è rivolta. Che sia questo a contare di più, lo dimostra il fatto che se uno produce qualcosa di inutile, allora nessuno sarà disposto a ricompensarlo; mentre se una cosa è utile, lo è anche se realizzata gratuitamente. Insomma, come dire che un lavoro ha valore quando serve ad altri, e non importa se chi lo esegue ne ricava o meno qualcosa per sé. Così ad esempio il medico si aspetta ovviamente di essere pagato per esercitare la sua arte, il cui fine ultimo non è però questo, bensì la salute del paziente sottoposto alle sue cure. Ora diventa più chiaro il ragionamento precedente. Che il medico non sia un «affarista», non significa che egli debba lavorare gratis, ma che lo scopo principale della sua opera sia la guarigione del malato, e non il compenso che riceve in cambio. Così si capisce meglio anche in che senso egli agisce nell’interesse dell’altro, pur essendo più forte. Affinché la cura sia utile al paziente, costui deve averne bisogno, cioè deve stare male, il che lo rende evidentemente più debole. Così, secondo questa sorta di logica altruista, l’onorario percepito è più un effetto, che non la causa del soccorso prestato.

Occorre dire che questa concezione esprime un pensiero alto e nobile, di un’umanità in cui gli individui si realizzano rendendosi utili reciprocamente gli uni agli altri, perché è questo che dà valore alla loro vita. Tuttavia Platone non gli dà peso più di tanto, perché il suo interesse è politico, non economico, e i rapporti sociali cui fa cenno mirano solo a perseguire tale suo scopo. Ecco infatti che quel contegno appena descritto, vale per l’esercizio di tutte le arti e tutti i mestieri, tranne uno. Perché guarda caso fa eccezione proprio il politico, naturalmente quello straordinario che ha in mente Platone. In effetti anche lo statista meriterebbe di essere remunerato, perché con la sua attività si rende utile ai cittadini, mirando a sanare i mali dello Stato. Solo che costui è uno al di sopra della media, tanto da ritenere che sia degradante fare qualcosa per soldi. Così egli reputa un disonore essere pagato per governare, e perciò si rifiuta di assumere l’incarico.

Si tratta di una dichiarazione piuttosto sconcertante, perché non si è mai sentito dire di uomini che rifiutano il potere per disprezzo del denaro. Certo, chi conosce l’opera sa che si tratta dei filosofi, ma questo non è ancora stato rivelato. Tale curioso concetto fa però capolino già nel Gorgia, benché secondo un punto di vista diverso. Qui a un certo punto Socrate se la prende con Pericle, accusato nientemeno di essere stato un corruttore, poiché «rese gli Ateniesi oziosi, vili, chiacchieroni e avidi, avendo per primo istituito uno stipendio per i pubblici incarichi» (515e). La quale dichiarazione è abbastanza inquietante, poiché sovverte il benché discutibile principio democratico della grecità più avanzata. Infatti non ci piove che, se il politico non deve essere pagato, allora può farlo solo chi non ha bisogno di soldi, ossia gli esponenti della ricca nobiltà. In effetti Platone, da aristocratico qual era, non nutriva simpatie democratiche, e tuttavia non era mosso da un proposito tanto meschino, che pure indubbiamente avallava. Per lui contava il sapere, non la ricchezza, e la sua era una sincera intenzione di realizzare il bene etico politico della città. Così ancora nel Gorgia, stavolta riferendosi ai Sofisti, il filosofo aggiunge che, mentre per chiunque è lecito essere remunerato per la propria prestazione, invece per chi esercita funzioni di governo «è considerata cosa turpe che si rifiuti di dare consigli, a meno che non lo si paghi per questo» (520e). Sicché è probabile che il versatile Platone non si rendesse conto di quanto sul piano politico la sua esigenza morale sfociasse in rigida intransigenza. Per lui non c’è via di mezzo tra l’avidità di chi prende soldi e la nobiltà di chi li rifiuta. Così però senza tener conto delle reali necessità di ciascuno, e senza notare che è facile disprezzare il denaro per chi non ne ha bisogno. Sta di fatto che, stando a quanto sentito finora, il rischio è l’esclusione automatica dei cittadini bisognosi dall’esercizio del potere, ossia alla fine una sorta di non certo originale interdizione dai pubblici uffici per motivi economici.

Tornando alla Repubblica, eravamo rimasti ai politici migliori che si rifiutano di governare, perché non vogliono essere pagati per questo. Il filo logico del discorso è contorto, e Socrate resta ancora nel vago. Egli nemmeno ventila la semplice ipotesi che qualcuno adatto possa assumere il potere gratuitamente, di propria spontanea volontà. Mentre dà per scontato che i più valorosi, privi come sono di avidità e ambizione, respingano per principio l’impegno politico. Ecco allora che si rende necessario obbligarli, e addirittura punirli, se non assolvono il compito per cui sono tagliati. Così approdiamo allo sconcertante concetto, secondo cui il vero uomo di Stato sarebbe quello che possiede le qualità adatte, ma al quale tocca di governare controvoglia. A tutta prima costui ci viene descritto come una sorta di superdotato intellettuale e morale, che si distingue per onestà e umiltà, che non cerca di arricchirsi, né di essere onorato. Un tipo altresì dimesso, quasi fosse preda della timidezza, che invece di farsi avanti deve essere spinto dagli altri. Uno che insomma, piuttosto di comandare con la forza, è costretto a farlo per forza. E se questo personaggio si decidesse mai ad assumere volontariamente il potere, lo farebbe sempre suo malgrado, ma solo per il bene della città, perché non cada in mano a gente senza scrupoli. Ecco come Socrate conclude questa sua visione, che è evidentemente di un altro mondo: «se esistesse una città di uomini buoni, si farebbe a gara per non governare come adesso per governare, e allora sarebbe evidente che il vero uomo di governo non è fatto per mirare al proprio utile, ma a quello del suddito» (347d). A conferma del principio iniziale, che l’uomo giusto è colui che agisce nell’interesse del più debole, quando pure disporrebbe della forza di fare il contrario.

Con ciò si conclude l’antipasto, per così dire, della dottrina politica di Platone. Nel prosieguo del primo Libro Socrate torna sui suoi passi, per contestare l’argomento di Trasimaco, secondo cui l’uomo ingiusto vive felice, per cui gli conviene essere tale.  Così il filosofo dimostra a modo suo il contrario. Il giusto è buono e sapiente, fautore di pace, nonché amico degli uomini e degli dèi. La sua anima è colma di questa virtù, per cui assolve senza intoppi la funzione di farlo vivere bene e felice. Alla fine Trasimaco, benché a malincuore, concorda su tutta la linea, eppure Socrate non canta vittoria. Egli si mostra anzi deluso, per via della discussione distratta da argomenti secondari, mentre la questione di fondo, su cosa sia la giustizia in sé, è rimasta inevasa.

Il secondo Libro della Repubblica introduce alla vera e propria teoria dello Stato, e però si apre con un ultimo colpo di coda della discussione sulla giustizia. Stavolta intervengono due nuovi personaggi, Glaucone e Adimanto, fratelli di Platone. Comincia il primo, che si dichiara insoddisfatto della conclusione raggiunta, nonostante Trasimaco abbia gettato la spugna. Perché Socrate è apparso troppo timido nell’esternare il suo pensiero, e quindi non è riuscito a convincere gli amici, che si aspettano di sapere da lui cosa sia la giustizia «di per sé». A tale scopo Glaucone decide di adottare un singolare stratagemma. Pur dichiarandosi contrario alla tesi negativa esposta dal sofista, egli porterà tuttavia ulteriori argomenti a suo sostegno, per provocare il Maestro, e stimolarlo a reagire in modo più deciso. Sicché al filosofo, dopo aver contrastato l’attacco dell’avversario, tocca ora l’arduo compito di difendere la giustizia dall’assalto degli amici. Ebbene Glaucone osserva quanto sia diffusa l’opinione che intende la giustizia come un mezzo in vista di qualcos’altro, piuttosto che quale un bene fine a se stesso. Come la ginnastica è per la salute che ne consegue, o come il lavoro è per il compenso che si ricava, così la giustizia è per la buona reputazione che procura. Ossia qualcosa che si pratica per i vantaggi che ne derivano, e di cui altrimenti si farebbe volentieri a meno, poiché si tratta comunque di un esercizio per se stesso faticoso e molesto.

Che poi la giustizia non sia un gesto spontaneo e volontario, ma obbligato, lo dimostra la sua stessa origine contrattualista. Posto che il comportamento naturale sia quello ingiusto, c’è chi lo compie, facendola franca, e chi lo subisce senza potersi difendere. Perciò gli uomini, specie i più deboli, hanno pensato bene di pattuire le leggi, come secondo il citato discorso di Callicle nel Gorgia. Così che sia la convenzione a stabilire ciò che è giusto, anche se in realtà la legge non è fatta per promuovere la giustizia, bensì per prevenire l’ingiustizia. Come a dire che essa non rende buoni, ma difende dalla cattiveria altrui. Che poi si tratti di un  espediente opportunista, più che di un abito morale, è evidente dal fatto che se i deboli potessero farsi ingiustizia da soli, se ne guarderebbero bene dal sottomettersi a una regola; mentre è il non poter agire impunemente che costringe i forti ad astenersi. Perché è la natura stessa dell’uomo a essere malvagia, tale che ogni occasione è buona per chiunque a violare la legge, se solo ritiene di cavarsela. Glaucone evoca poi la leggenda di un certo Gige, buon pastore di Lidia, il quale una volta entrato in possesso di un anello che lo rendeva invisibile, ne ha approfittato per tramare fino a prendere il posto del suo Re. A significare che nessuno è immune dal fare il male, e inoltre che il requisito per riuscire meglio a sopraffare il prossimo è fingere. Da intendere non solo nel senso di mascherare le proprie intenzioni, ma proprio come capacità di mostrarsi il contrario di ciò che si è.  Non a caso «il massimo dell'ingiustizia consiste nel sembrare giusto senza esserlo» (361a). Per questo i personaggi peggiori sono quelli che hanno più successo nella vita, mentre ai rari giusti accade piuttosto il contrario. Appunto a confermare che l’accorta simulazione paga, mentre la sincera virtù esercitata per se stessa, anche ammesso che esista, non porta comunque a niente di buono. Segno che perfino gli dèi sembrano tratti in inganno dalle apparenze, visto che a quanto pare favoriscono i più malfattori degli uomini.

A tale disarmante requisitoria, fa seguito l’intervento di Adimanto, il quale riprende da dove era arrivato il fratello. Osservando che l’uomo scaltro, come se non gli bastasse apparire ligio al proprio dovere civico, quando pure aggira la legge, approfitta anche dei pregiudizi religiosi. Costui ostenta la sua condizione privilegiata come un favore degli dèi, i quali è risaputo che premiano i migliori. Inoltre, stando alle credenze diffuse, gli dèi sono sensibili alle offerte sacrificali, mediante cui i benestanti possono comodamente espiare le loro colpe «con poca spesa», come se l’indulgenza si potesse compare. Così essi acquietano la loro cattiva coscienza, e tirano dritti per la loro strada senza neanche temere il castigo del cielo. Sicché, con tutti i vantaggi e le scappatoie  di cui dispone chi agisce ingiustamente, non si capisce per quale motivo uno, oltre che elogiare la giustizia a parole, non debba poi di fatto farsene beffe in tutti i modi possibili. Né si comprende come ci si possa aspettare che, stando così le cose, i giovani si facciano paladini della giustizia, quando pure è evidente che per ottenere potere e felicità ci vuole ben altro. Sembra quindi evidente che, a parte Socrate e pochi altri, tutti quanti si piegano all’ipocrisia delle buone maniere, dietro la quale si celano i peggiori propositi. Visto che basta l’apparenza per godere la fama di essere giusti, e agire impunemente al contrario. Quanto alle stesse vittime del malaffare, sempre tolte le rare eccezioni, neanche loro si salvano dalla corruzione dilagante. In quanto non è per un senso di giustizia che si schierano contro l’ingiustizia, bensì per viltà, solo perché la loro debolezza li costringe a subirla invece di poterla commettere.

Perciò Adimanto chiede al filosofo una risposta chiara, che spieghi in che senso e perché mai l’ingiustizia debba considerarsi il peggiore dei mali, quando pure è solo per mezzo suo che si possono ottenere tutti i beni della vita. Poiché le pur belle parole e anche la buona volontà non bastano a convincere di votarsi alla virtù, senza conoscere le ragioni profonde di tale scelta. E finora nessuno tra i partigiani della giustizia ha mai fornito altre motivazioni che non fossero dettate da opportunismo. Se invece qualcuno avesse spiegato in modo esauriente che quella virtù è veramente e di per sé il bene più grande da possedere, allora il mondo umano sarebbe diverso, perché a quel punto «ciascuno sarebbe il migliore custode di se stesso» (367a). La quale ultima espressione è notevole per il fatto che lascia presagire come un regno della giustizia sfoci in una sorta di anarchia, che consiste nell’assenza di un potere esterno. Un regime in cui a ciascuno tocca appunto di non comandare, e però nemmeno obbedire a nessuno, se non a se stesso. Peccato poi che alla fine Adimanto contraddica non solo questa suggestione, ma anche tutto il resto che ha detto. Infatti, più dell’esistenza di un valore tra i più alti e degni dell’uomo, egli vuol sapere del «vantaggio» che la giustizia reca a chi l’esercita, nonché del danno che procura il comportamento opposto. Allineandosi con ciò alla versione utilitarista che aveva appena biasimato, e inoltre contrastando anche la stessa etica socratica, che cerca più la definizione della giustizia in sé, che non i benefici che ne possono derivare per noi. D’altra parte, chiedere cosa si guadagna a comportarsi bene, vanifica il valore stesso della virtù. Perché in tal caso il fine dell’azione è il soggetto stesso che la compie, non colui al quale è rivolta. Cioè si agisce per sé, più che per l’altro, il che riduce il gesto a un atto di puro egoismo, invece che di autentica bontà.


4.2 Ipotesi sulla nascita della città

 Socrate riprende la parola, lodando i due fratelli che, pur amici della giustizia, sono però così capaci di sostenere le ragioni contrarie. Egli confessa la difficoltà in cui l’hanno messo con i loro argomenti provocatori. A quel punto non si ritiene più in grado di portare avanti la discussione, e però nemmeno se la sente di ritirarsi senza tentare il tutto per tutto. Ecco allora la sua proposta per risolvere e superare il dilemma. La possibile via d’uscita è quella di allargare il discorso dalla sfera individuale a quella comunitaria, poiché esaminare la questione su una più larga scala può forse facilitare il compito di determinare il concetto cercato. Il singolo, infatti, è come un libro composto con «lettere scritte in piccolo», e quindi difficili da leggere. Al contrario della città, le cui maggiori dimensioni degli stessi caratteri in cui è scritta, rendono la lettura più agevole, e dove la stessa giustizia è più grande, e quindi maggiormente riconoscibile.

C’è da dire che questo ampliamento del campo d’indagine contiene una certa inesattezza. Con il suo stratagemma, infatti, Socrate dichiara implicitamente che lo Stato sia come un essere individuale. Solo che tale lo è eventualmente solo in relazione agli altri Stati, mentre in sé esso è piuttosto un essere plurale. Sicché ricercare «la giustizia di un'intera città» (368e), come se fosse un singolo uomo di grandi dimensioni, invece che una molteplicità di individui, diventa subito quantomeno fuorviante. A meno che non si identifichi lo Stato con il suo capo, il che è per molti versi la concezione dello stesso Platone, la quale è però altrettanto discutibile. È vero che questo punto di svolta del Dialogo, pur seguendo lo stesso filo conduttore della giustizia, segna il passaggio dall’etica socratica alla politica platonica. Solo che l’incongruenza dell’analogia proposta finisce per confondere subito i due piani. Tanto da alludere a una sorta di moralità dello Stato, senza però specificare se si parla dell’istituzione di per sé, o dell’uomo politico, oppure dei cittadini. Infine Platone non sembra vedere che i rapporti umani si svolgono come in un intreccio orizzontale, tale da coinvolgere ciascuno entro la duplice dimensione individuale e sociale. Perché, come si vedrà, a lui interessa solo la relazione verticale, ossia gerarchica, tra il vertice e la base dell’organismo politico. Né tantomeno egli distingue tra società e Stato, come se il popolo che obbedisce e il governo che detta legge fossero la stessa cosa, senza conflitto di interessi. Certo, ai suoi tempi la sfera politica era circoscritta entro l’orizzonte limitato della città, il che riduceva le distanze. In un certo senso, data la popolazione ridotta, tutti si conoscevano di persona, per cui era facile confondere il bene comune dei cittadini con quello pubblico dello Stato. Di sicuro c’è che il filosofo se la prende con i politici ordinari, ma non con lo Stato, che anzi difende a spada tratta. Per lui lo Stato giusto equivale al governante giusto, a conferma della sua opinione secondo cui è il capo politico la vera incarnazione dell’istituzione, mentre il territorio cittadino e i suoi abitanti sono un semplice corollario. Così che la virtù del popolo non è nemmeno immaginata come una sua conquista autonoma, ma casomai giusto come una conseguenza dell’eventuale bontà di quelli che comandano.

Sta di fatto che Socrate, posta la controversa analogia tra il singolo e la comunità, propone di ricercare quale sia l’origine dello Stato, perché questo evento segnerebbe altresì l’atto di nascita della giustizia come dell’ingiustizia. Veramente anche in questo caso ci sarebbe da precisare che, come la Storia insegna, fin dall’alba della civiltà le istituzioni politiche sono sorte dalla più spudorata ingiustizia, che poi si è perpetrata nei secoli dei secoli. Così come la giustizia non si è mai vista sulla faccia della Terra. Ovviamente Platone non conosceva il passato come noi oggi, e tuttavia si capisce presto che il suo non è un progetto di ricostruzione storica, bensì di costruzione teorica dello Stato. Nel senso che lui non si cura più di tanto della realtà di ciò che è ed è stato, bensì guarda a un ideale di ciò che deve essere. Così egli parte sì da zero, immaginando la fondazione di una città nuova, edificata praticamente dal nulla, e però secondo i criteri inauditi di una vera giustizia. Confidando che tale espediente gli consentirà di ricavare finalmente quella definizione che si va cercando dall’inizio del Dialogo. Ancora a conferma dell’inestricabile legame che a suo parere esiste tra etica e politica.

Ebbene la prima, lapidaria, ma assai acuta osservazione di Socrate, è che «una città nasce perché ciascuno di noi non basta a se stesso» (369b). Sia chiaro che qui si parla della città-Stato, cioè un’istituzione già consolidata di potere, e non ad esempio dell’ipotetica associazione di uomini uguali. Tuttavia è verissimo ciò che si dice, probabilmente per la prima volta. Ossia che nessun essere umano è autosufficiente, perché per vivere, tutti quanti abbiamo bisogno dei nostri simili. Per cui la costituzione dello Stato, o più idealmente della comunità, è una scelta obbligata. Fatta cioè più per una mèra questione di necessità, che non per motivi politici, o per fini etici. Così come molti altri mammiferi, anche gli uomini per sopravvivere hanno bisogno di stare per così dire in branco, il che fa di noi degli animali gregari a tutti gli effetti. Oggi sappiamo che in Natura quest’urgenza si manifesta come un vero e proprio istinto, che spinge i membri del gruppo a stare insieme; oltre che a seguire un capo, il quale di norma è l’esemplare più esperto, nonché più forte e prepotente. E benché Platone non conoscesse certi dettagli, pure ha in mente per gli uomini lo stesso stile di vita degli altri animali, giusto con la differenza che egli pensa a un capo buono e giusto. Resta comunque il fatto che ciascuno di noi, per provvedere ciò che serve alla propria sussistenza, deve per forza ricorrere al contributo degli altri. Un po’ come il cucciolo con la madre, solo che tra adulti il rapporto di dipendenza è reciproco.

L’essere umano non può quindi riuscire a vivere isolato, come non lo possono centinaia di altre specie. Solo che nel suo caso, la «comunanza» cui non può sottrarsi, egli la realizza con la città-Stato, che si rivela così una costruzione artificiale imposta da una costrizione naturale. Sia detto per inciso che già questo basta a mettere in seria discussione il concetto di libertà, cioè dell’individuo che agisce e vive indipendentemente dagli altri. Basti pensare ad esempio che il Re più ricco e potente possibile, è quello che più di tutti ha bisogno dei suoi simili, per condurre la sua vita di agi e lussi esclusivi. Così come, se lo schiavo non è libero, nemmeno il suo padrone in effetti lo è, perché la sua vita dipende dal lavoro dell’altro. A significare che in tutti i casi, anche quelli più estremi, l’autonomia dell’uomo è comunque relativa. Al limite si ha il paradosso che più potere uno dispone, e più dipende dai dipendenti che ha, perché appunto, come già detto, quelli umani sono rapporti di mutua dipendenza.

Quanto al nostro filosofo, il suo acume va ben oltre questo pur già notevole esordio. Benché non lo dica proprio in modo esplicito, però è chiaramente su basi economiche che egli poggia la fondazione dello Stato. Cosa che a sentirla può suonare strana, eppure assolutamente vera e accertata dal punto di vista storico. Perché il salto dell’umanità dalla Preistoria alla Storia, ossia dalla vita selvaggia alla civiltà, è stato compiuto diecimila anni fa con la Rivoluzione agricola, ossia un evento squisitamente economico. La quale attività ha segnato l’affacciarsi sulla scena di questo mai visto prima animale che lavora. Poi è successo che, nel giro di tre o quattromila anni, il lavoro ha cominciato a produrre ricchezza, ossia più prodotto di quanto servisse al consumo e al rinnovo del ciclo agricolo. Ed è proprio dall’appropriazione di questi avanzi di cibo, perpetrata dai primi politici, figure sacerdotali e regali insieme, che sono sorte le prime città-Stato d’Egitto e Mesopotamia.

Ovviamente Platone nemmeno se le immagina certe cose. Tuttavia intuisce assai bene l’importanza decisiva che hanno la produzione e lo scambio dei beni economici, perché l’attività politica possa prendere piede. Egli nota come la necessità di cui ha parlato, che costringe gli uomini a stare insieme, sia dettata dall’urgenza di soddisfare dei bisogni. Se vogliono vivere, essi devono come minimo nutrirsi, coprirsi e ripararsi. Si tratta di esigenze primarie, per appagare le quali occorrono cibo, abiti, scarpe, e un tetto sopra la testa. Tutte cose che però non piovono dal cielo, né sono immediatamente disponibili in Natura. Sicché, anche se il filosofo non lo dice, è implicito che prima di consumare è indispensabile lavorare, nel senso proprio del termine. Vale a dire trasformare le materie prime, - come la stessa terra, o il legname, le fibre tessili, le pelli - per produrre quei beni utili, che sono atti a sostenere la vita umana. È così che dalla varietà dei bisogni e dei beni, derivano le prime per così dire categorie professionali di uomini. Contadino, muratore, tessitore, sarto, calzolaio: ecco le figure che ci vogliono per costituire l’ossatura di uno Stato. Tanto da far sostenere a Socrate che, per dare il via al progetto politico di fondazione, sarebbero sufficienti «quattro o cinque uomini» (369e) in tutto, quelli appunto capaci nei mestieri che realizzano le cose più urgenti.

Ora, questa riflessione può apparire a dir poco ingenua, ma ecco che subito viene il bello, con il filosofo che studia come quei primi lavoratori debbano organizzare la loro attività, in modo da tessere una rete di rapporti sociali, tale da assicurare il benessere dell’intera comunità. Egli fa l’esempio del contadino, il quale si trova come posto di fronte a un’alternativa. O costui produce da sé e per sé tutto quello che gli occorre, oppure si dedica solamente alla coltivazione. La quale ultima opzione è proprio quella caldamente raccomandata, e non a caso. In quel modo, infatti, l’agricoltore produce più cibo di quanto ne consuma, sicché si trova a disposizione una scorta eccedente, che può usare come mezzo di scambio per ottenere tutte le altre cose di cui ha bisogno. Di conseguenza è auspicabile che si comportino così anche gli altri, con ciascuno dedito alla propria attività a tempo pieno, per poi scambiare il proprio prodotto con quelli altrui. Con ciò abbiamo un quadro di relazioni, in cui produzione, scambio e consumo sono organizzati in maniera efficiente. Platone riconosce anche che questa è la soluzione «più facile», perché torna comoda e vantaggiosa per tutti. All’inizio  la divisione del lavoro sembra più un’esortazione, ma presto il filosofo la rende obbligatoria in ogni settore produttivo. Perché chi svolge un’unica attività tende a specializzarsi, con il lavoro che riesce fatto sempre più in fretta e meglio possibile. Sicché ognuno, con il proprio mestiere esclusivo, si rende utile agli altri, i quali a loro volta lo soccorrono fornendogli ciò di cui ha bisogno. È così che, in tale intreccio di eccedenza e mancanza reciproca di beni, si scorge lo stratagemma più efficace possibile per condurre la vita cittadina. Inoltre si badi che quelle di cui Platone parla sono ancora relazioni economiche di mutuo scambio, e non rapporti politici di comando e obbedienza, dato che ancora non ha fatto cenno a questioni del genere. Egli prova anche a dare una spiegazione biologica del principio appena esposto, che pure è già di per sé logicamente impeccabile. Quasi a volerlo blindare da ogni attacco, lo spaccia come se fosse parte del nostro codice genetico. Così sostiene che la divisione del lavoro deriva dalla differenza degli uomini, ma proprio nel senso che ciascuno «nasce» (370a) con la naturale disposizione a svolgere un compito determinato, e quello solo. Come se ad esempio il contadino venisse al mondo già programmato per essere tale, e per questo non debba pensare a fare altro per tutta la vita. Qui il filosofo sembra proprio darsi la zappa sui piedi, perché il suo goffo tentativo di giustificazione mette in luce al contrario le insidie di un principio che pure sembra inconfutabile. Il fatto è che l’efficienza economica non sempre si concilia con ciò che rende gli uomini degni di essere tali. Non a caso la divisione del lavoro è formulata con termini neanche tanto diversi da Adam Smith, come cardine della moderna economia liberale di mercato, che non è proprio un sistema votato a sentimenti umanitari. Come si vedrà però, Platone non è tanto interessato a questa versione del principio, che pure ritiene giusto, quanto ai suoi risvolti politici.

Per intanto egli medita sulle circostanze che portano a ingrandire il nucleo originario dello Stato, ossia ad allargare la comunità dei suoi abitanti. I lavoratori già all’opera necessitano di strumenti, alla cui costruzione non possono provvedere, tutti presi come sono dalla loro occupazione. Da cui l’introduzione di nuovi artigiani, non più addetti a produrre oggetti di consumo immediato, quanto appunto «arnesi» da lavoro, ossia mezzi per la produzione dei beni primari. Dato che la divisione del lavoro, una volta innescata, non si ferma più. Inoltre è importante incentivare l’allevamento, per il cibo, la forza lavoro e le materie prime che forniscono gli animali. Poi, quasi di soppiatto, ecco evocata una categoria singolare di uomini, i commercianti, e però come se non si distinguessero dagli altri. Laddove costoro sono invece portatori di innovazioni radicali. Finora, infatti, lo schema descritto era basato sul baratto. Così ad esempio il contadino cedeva cibo al calzolaio in cambio di scarpe. Mentre ora, e come se niente fosse, si passa d’un botto alle compere e vendite fatte a mezzo di moneta. Inoltre, a differenza degli altri, il mercante non produce alcunché, ma si dedica esclusivamente allo scambio. Costui compra i beni altrui, ma non per consumare, bensì per rivendere a un prezzo più alto. Il che si chiama tecnicamente agire a scopo di profitto. Laddove Platone, che pure di solito non è tenero con costoro, qui li presenta come utili contribuenti al benessere generale. Facendo notare che, come l’individuo, così anche lo Stato non basta a se stesso. Per cui la città deve provvedere a importare ciò di cui manca; e al tempo stesso le tocca di produrre beni eccedenti il consumo interno, da destinare all’esportazione, in misura tale da equilibrare la bilancia del commercio con l’estero. E tutto questo movimento rende appunto necessaria l’opera di appositi professionisti, che si occupino solo di questo. L’attività commerciale, infatti, contribuisce notevolmente alla crescita dello Stato, perché l’intensità degli scambi fa incrementare la produzione e i trasporti, e al tempo stesso l’occupazione dei lavoratori addetti. Ai quali ultimi il filosofo non manca di fare un cenno conclusivo. Lo Stato che lui ha in mente farebbe volentieri a meno di certa gente, se non fosse che c’è bisogno anche di loro. Essi sono dei poveri ignoranti, e però hanno forza fisica da vendere. Così, in cambio di una «mercede», questi manovali si rendono utili prestandosi per i compiti più faticosi, alla stregua degli altri animali da lavoro.


4.3 L’apparato militare dello Stato

Dopo di che, con una discreta dose di faccia tosta, Socrate chiede se a quel punto non vi siano tutti gli ingredienti necessari affinché si abbia uno Stato «perfetto». Agli interlocutori che non sanno rispondere, egli descrive allora come dovrebbero vivere i cittadini, secondo uno stile gioviale ma frugale. Al che interviene Glaucone obiettando che, dato il basso tenore di vita che ne emerge, quello prospettato appare più come «uno Stato di porci» (372d) che altro, mancante di tutti i prodotti ricercati e raffinati. Sicché, senza scomporsi, il filosofo prende atto che l'amico va cercando la costituzione di «una città gonfia di lusso», la quale richiede però ben più  di quanto serve a un'esistenza morigerata, e comporta ben più gravi rischi. Uno Stato ricco include infatti un cumulo di beni e persone atte a soddisfare una quantità sempre maggiore di bisogni superflui. Superata così la soglia dello stretto necessario, anche la terra non basta più, ma un allargamento del suo possesso si può realizzare solo a spese delle comunità confinanti. E quando gli Stati si fanno prendere dalla brama di conquista, allora è fatalmente la guerra.

A prima vista non sembra, ma quest’ultimo argomento segna un punto di svolta del ragionamento. Socrate non propone un sermone sulla pace e la non violenza, né d’altra parte promuove una politica aggressiva di espansione. Tuttavia suppone che in qualche modo lo Stato si sia ingrandito, ponendo il problema della necessità di un esercito. Non è chiaro, perché se la città si allarga e arricchisce con la guerra, allora l’esercito serve prima, e non dopo. A parte questo, o forse proprio per questo, il filosofo si distingue per avere in mente un apparato militare preposto non all’attacco, ma alla difesa. Non a caso egli parla di «guardiani» (374d) dello Stato, ed è su di essi che si concentra d'ora in avanti la sua maggiore attenzione. Anzitutto l'arte bellica si rivela la più importante di tutte. Per cui, secondo il principio della divisione del lavoro, essa necessita più di ogni altra il contributo esclusivo di professionisti che non devono occuparsi di altro. E data la delicatezza del compito, si impone la massima cura nella selezione e formazione degli addetti. I guerrieri sono tenuti a «fare la guardia allo Stato» (375e), e non a caso Socrate paragona le loro attitudini a quelle che distinguono i «cani» pastori di razza. Devono cioè possedere una combinazione di due qualità opposte, mitezza e animosità, per essere insieme mansueti con gli amici e coraggiosi contro i nemici. Questo per non correre il rischio che il guardiano, come un cane male addestrato, possa trasformarsi in lupo nei confronti del gregge che gli è affidato.

Ebbene il programma educativo che Platone riserva ai futuri soldati, prevede due insegnamenti complementari, la ginnastica e la «musica» (376e), per la formazione del corpo e dell’anima. Il processo di apprendimento comincia con le lezioni di musica, che è da intendersi come una disciplina più vasta rispetto a oggi, poiché a quei tempi comprendeva anche il teatro e la letteratura. Proprio su quest’ultima si concentra infatti il filosofo, che esordisce con una mossa a sorpresa, mettendo al bando gli studi classici, come già accennato alla fine del quarto paragrafo nel capitolo precedente. In particolare qui Omero, Esiodo e gli altri poeti sono ripudiati, perché ritenuti colpevoli di aver raccontato «falsi miti» sugli dèi. Non è tanto l'antropomorfismo prevalente in quelle opere, ciò che Platone denuncia, quanto piuttosto l'aver attribuito alle divinità quegli atteggiamenti ingannevoli, rissosi, e perfino malvagi, che sono tipici degli uomini. Cosa che egli considera di grave pregiudizio per i giovani, che dal cattivo esempio degli dèi sono indotti a comportarsi male. Al contrario dev'essere insegnato che gli dèi sono perfetti e immutabili, sempre buoni e giusti, per cui mai si sognerebbero di mentire, o compiere azioni turpi di alcun genere. Il filosofo nota con acume che le prime impressioni ricevute dai fanciulli sono decisive, in quanto lasciano impronte poi indelebili per tutta la vita. Anche se poi egli non ne ricava altro che problema di natura religiosa. Se a una mente vulnerabile si riferisce che gli dèi hanno gli stessi difetti degli uomini, allora vien meno il rispetto nei loro confronti, che è invece un requisito essenziale, quasi il dovere supremo per diventare buoni cittadini. Sicché occorre in definitiva un paradosso, e cioè raccontare ai bambini favole che, pur di per sé inventate, siano vere.

Tutta questa riflessione è assai interessante, ma anche inquietante. Quella di Platone è infatti una vera e propria messa all’indice dei libri proibiti, sebbene perseguita con le migliori intenzioni. Solo che è difficile pensare come una censura moralista possa essere fatta a fin di bene. Né d’altra parte si riesce a concepire l’educazione che non sia di fatto una sorta di manipolazione dei giovani. Costoro sono indifesi, in balìa del programma educativo deciso e perpetrato dagli adulti. Anzi, peggio ancora, è lo Stato che stabilisce la didattica, e il potere per sua natura non ha mai avuto nessun interesse alla reale diffusione del sapere. Basti pensare che solo nel Novecento la scuola ha preso piede, ed è più che evidente come ogni regime politico si preoccupi di indottrinare i ragazzi con ciò che più gli fa comodo. Quanto ai genitori, poi, essi possono insegnare solo quello che sanno, il che ancora oggi non è di norma un granché. L’argomento è quindi tanto delicato quanto controverso, quasi una sorta di circolo vizioso da cui non si vede come uscire. Platone fornisce almeno un progetto pedagogico pieno di buoni propositi, l’esempio di un’attenzione e dedizione sincera verso il compito forse più gravoso dell’umanità. Anche se occorre ricordare l’impianto paradossale del suo piano. Egli non ha tanto a cuore l’istruzione dei cittadini, quanto dei soldati preposti alla difesa e all’ordine pubblico dello Stato. E il fatto che costoro debbano essere gli uomini più buoni e giusti di tutti, è il solo dettaglio che lo salva dall’accusa di voler instaurare la più crassa dittatura.

Nel terzo Libro della Repubblica continua l’esame di ciò che si deve e non deve leggere ai piccoli da destinarsi alla carriera militare. Affinché diventino coraggiosi in battaglia, bisogna evitare discorsi e libri che incutano la paura della morte. Lo stesso aldilà va rappresentato come un paradiso, invece che un inferno. Inoltre è il caso di evitare i lamenti funebri, perché pianti e gemiti si addicono alle donne, e non ai futuri guerrieri. I quali, se è per questo, nemmeno devono lasciarsi andare a risate sguaiate. Altri testi da evitare sono quelli che indulgono ai piaceri della vita, perché mettono a rischio la temperanza dei giovani. Per non dire di tenerli alla larga da quelli che propagandano le lusinghe del denaro, che rende meschino e opportunista chi agisce per averlo in cambio. Dopo l’esame dei contenuti letterari da evitare, il filosofo si sofferma sullo stile. Cioè la forma in cui i racconti sono esposti, che può essere diretta o «imitativa». La prima si ha quando l’autore parla in prima persona, mentre l’altra quando si esprime per bocca dei suoi personaggi, cioè imitandoli. Come fa ad esempio Omero, ma come del resto fa Platone stesso nei suoi Dialoghi, che imita Socrate e gli altri. Solo che in casi simili lo scrittore si nasconde, spacciandosi per ciò che non è, e quindi traendo per così dire in inganno il lettore. Il punto però non è questo, bensì capire se ai futuri guardiani si addica imitare gli altri. Ebbene anche in questo strano caso vale il principio della divisione del lavoro, che dà luogo a un altro paradosso. Nessuno può replicare come si deve più di una cosa, per cui ai ragazzi conviene imitare se stessi. Tutt’al più gli si può concedere di emulare modelli loro confacenti, ma non esempi di condotta malsana e indegna, o comunque inferiore al loro rango. Perché c’è il rischio che l’imitazione prolungata, anche se fatta per scherzo, diventi un’abitudine che poi è difficile da estirpare.

L’educazione musicale, nel senso greco antico del termine, si conclude con la musica vera e propria. La quale, in riferimento ai futuri custodi dello Stato, deve contribuire anch’essa alla loro educazione morale. Perciò occorre bandire le melodie lamentose, ma anche quelle molli e rilassate. L’armonia adatta deve imitare il coraggio, esercitato tanto nella violenza della guerra quanto nella volontà di pace. Gli strumenti, i suoni e i ritmi musicali devono essere semplici, come la vita del guerriero. Tutti questi ingredienti rendono la musica decorosa, quindi capace di forgiare il decoro dell’anima che l’ascolta, disponendola ad acquisire un carattere nobile. Quest’arte ha ovviamente anche un importante, e anzi culminante valore estetico.  Come dice Socrate, «la musica trova il suo compimento nell'amore del bello» (403c). Ascoltarla rende sensibili alla bellezza, quindi capaci di distinguere e disprezzare il brutto, come nella sfera morale si fa con la virtù e il vizio. Del resto l’armonia e il ritmo si trova in tutte le cose belle, che proprio in quanto tali ci fanno innamorare. E il «giusto amore» per il bello è un sentimento puro, che non indulge ai piaceri. A tale proposito, e per concludere, il filosofo coglie l’occasione per ribadire con più fermezza ancora quanto già detto nel Fedro. E cioè che sia consentito ai pederasti di contemplare la bellezza dei ragazzi, ma non di consumare l’atto omosessuale, com’era invece usanza fare a quei tempi. Appunto perché un gesto del genere rende chi lo compie un bruto stonato, senza orecchio musicale, ignobile spregiatore del vero amore e del bello.

Quanto alla forma fisica del soldato, non è ovviamente meno importante, tanto che la ginnastica va praticata fin da piccoli e per tutta la vita. Solo che viene dopo l’educazione morale, perché è più la virtù dell’anima a influire sul corpo, che non viceversa. Ebbene i guerrieri sono «atleti della guerra» (404a), e siccome devono affrontare la gara più difficile, il loro allenamento dev’essere particolarmente accurato. Anche nella disciplina sportiva il criterio da seguire è la semplicità, in questo caso del regime alimentare. Perché come la musica troppo sofisticata produce una «sfrenatezza» dell’anima, così i cibi troppo ricercati causano le malattie del corpo. I quali danni, che derivano dagli eccessi di una vita sregolata, nemmeno meritano di essere curati. Per questo nella città ideale i medici sono tenuti a lasciar morire quelli che sono causa del loro male, così come i giudici devono sopprimere i delinquenti incalliti. Perché le cure superflue non servono a nessuno, mentre quelle necessarie saranno sempre meno, dato il prevalere di cittadini sani e virtuosi.

Da ultimo Socrate pone l’accento sul giusto equilibrio in cui devono essere impartite le due materie del programma educativo. Perché, se non assimilata nelle dosi opportune, ciascuna disciplina può riuscire dannosa. Infatti, troppa ginnastica rende l'individuo rozzo e collerico, mentre un eccesso di musica lo rende molle e troppo rilassato. Laddove la personalità del giovane ne deve uscire come un'armonia tra i due estremi, ciascuno preso nel giusto mezzo. Solo a questa condizione può ottenersi ciò che, come detto fin dall’inizio, serve alla sicurezza dello Stato, ossia custodi dal doppio carattere, ossia mite con gli amici e insieme coraggioso contro i nemici. Proprio quello stesso temperamento che hanno i cani di buona razza verso le pecore e i lupi.

Concluso il tema della formazione, alla fine del terzo Libro il filosofo introduce un altro scottante argomento. Una volta pronti i guardiani, infatti, occorre stabilire quale sia il «modo di vivere e di abitare» (416d) più adatto a loro. Ebbene questi uomini non solo devono dedicarsi in via esclusiva al compito cui sono preposti, ma nemmeno possono essere distratti da altro. Perciò non devono avere occasione di perseguire alcun interesse personale. A tale scopo la soluzione consiste nel riservare loro una vita da caserma, ossia con il vitto e l’alloggio in comune. Il mantenimento sarà a carico degli altri cittadini, che devono provvedere allo stretto necessario. Per via di tale loro sussistenza, frugale ma sicura, ai militari è fatto divieto di possedere alcunché. Per loro è abolita la proprietà privata, perché non devono occuparsi delle cose loro, ma solo di ciò per cui sono addestrati, ossia fare la guardia allo Stato. Tali regole valgono ovviamente solo per i soldati, il che rende assai singolare il cosiddetto comunismo platonico riservato loro. Il filosofo spiega anche il motivo di un simile provvedimento. Anzitutto con il fatto che il possidente rivolge naturalmente l’attenzione ai propri interessi, e poi perché di norma il possesso di ricchezza produce l’effetto di corrompere gli uomini. Tutti rischi che ai soldati non si può consentire di correre.

Il loro stile di vita si distingue però anche per un altro accorgimento ancora più controverso. Ai guardiani, infatti, è vietato anche di essere proletari, oltre che proprietari. Cioè non possono possedere nemmeno le donne e i figli, ma devono avere anche loro in comune. Questo dettaglio, dapprima solo accennato, è poi specificato all’inizio del quinto Libro, introdotto peraltro da un tema inaudito, ossia la questione femminile. Altro argomento che distingue nettamente Platone rispetto alla mentalità della sua epoca. Forse per primo egli sostiene un principio valido ancora oggi, cioè che tra l’uomo e la donna ci dev’essere l’uguaglianza nella differenza. Il che è solo in apparenza contraddittorio, perché i due sessi sono sì naturalmente diversi, e quello femminile è fisicamente più debole, ma questo non pregiudica che abbiano uguali capacità e dignità. Perciò la divisione del lavoro non è una questione di genere. Infatti, pensare che i talenti si ripartiscano in base al sesso, sarebbe come dire che dal colore dei capelli o della pelle dipende se uno è portato per un compito o un altro. L’uomo, quindi, non deve avere mansioni distinte e separate dalla donna, perché anche quest’ultima può fare qualsiasi cosa, compreso il soldato. Basta che le bambine siano istruite come i maschietti, e che nel corso della loro formazione mostrino di avere le doti necessarie. In effetti il filosofo continua a parlare sempre e solo della parità nella carriera militare, tuttavia questo limite nulla toglie all’importanza della sua concezione femminile, tanto avanzata da destare lo sconcerto dei suoi contemporanei. Prima di lui solo Pitagora è ricordato in questo senso, e dopo Epicuro, ma giusto perché essi accoglievano le donne nella loro scuola. Laddove Platone, oltre ciò, pensava proprio alle per così dire quote rosa da istituire per la difesa dello Stato.

La conseguenza del principio di uguaglianza tra i sessi, è che anche le soldatesse debbano condurre una vita da caserma, e condividerla con i colleghi maschi. Di qui la piuttosto inquietante procreazione e selezione artificiale dei loro figli. Perché qui si scopre essere da questa riproduzione che si vanno a pescare i futuri membri dell’esercito. La parola d’ordine, che tradisce un vero e proprio progetto eugenetico, è che «la stirpe dei guardiani dev'essere pura» (460c). Platone parla anche di cerimonie e feste matrimoniali, ma in realtà quelli che propone sono rapporti sessuali occasionali e promiscui. Non certo però all’insegna dell’amore libero, perché al contrario gli incontri devono essere combinati, e cioè manovrati dall’alto, affinché gli accoppiamenti avvengano tra gli esemplari migliori. Sul dettaglio di tali accorgimenti parlerò nel prossimo paragrafo, dove si capirà a chi tocca tenere le redini di tutto il sistema. Per ora si sappia che la vita in comune impone ai genitori di non riconoscere i propri figli. Per questo i neonati andranno tolti alle madri, per essere tenuti e allevati tutti insieme. Così le donne potranno allattare i piccoli, ma senza sapere quale sia il proprio. Sicché i nati nello stesso periodo saranno considerati tutti fratelli, ugualmente figli di tutte le coppie che hanno generato bambini coetanei. In questo modo anche gli altri gradi di parentela saranno generalizzati, tanto che l’intero corpo di guardia diventa una sorta di unica grande famiglia, senza corpi estranei.

Il motivo di un simile radicale espediente è sempre lo stesso, ossia estirpare ogni forma di proprietà, coniugi e figli compresi. Perché anche la famiglia tradizionale è un istituto di interesse privato, che come tale alimenta l’egoismo. Uno che si preoccupa dei propri congiunti, in realtà pensa a sé, perché quelli sono appunto i suoi cari, che gli appartengono. Per cui l’egoismo familiare non è diverso da quello individuale, dato che si tratta sempre di avere a cuore il proprio tornaconto. Certo, questo sentimento non è di per sé immorale, perché anzi, almeno entro certi limiti, l’egoismo è un istinto del tutto naturale. Il guaio è quando esso prevale su tutto, tanto da vedere negli altri dei semplici mezzi da usare per i propri scopi. Allora subentra un ostile isolamento, degli individui come delle famiglie, ma se è per questo anche degli Stati. Invece di aprirsi e cooperare, ciascuna singola entità si chiude in sé, pronta a competere con le altre. L’allentamento dei legami personali e sociali, nonché internazionali, provoca un clima di inimicizie e discordie generalizzate. Tutte circostanze da cui i soldati devono tenersi alla larga, perché casi del genere comprometterebbero la serenità del posto di guardia. E l’unico modo di superare l’innato egoismo, per prevenire i danni che causa, è appunto quello di non possedere niente.

Ancora nel quinto Libro, alla fine di questo tema sulla «comunanza» dei guardiani, Socrate allarga il discorso all’intera comunità, di cui finalmente cominciamo a occuparci. Ebbene egli dice che «la città meglio governata è quella più vicina a un organismo umano» (462d). Con ciò non intende imporre anche ai cittadini il regime comunista, perché anzi a costoro tocca uno stile di vita per così dire liberale, proprio quello che più si presta a provocare i guasti dell’egoismo. Così che il filosofo si trova a dover conciliare quel conflitto da lui stesso imposto, tra l’interesse pubblico dei militari e quello privato degli altri cittadini. Egli risolve il problema semplicemente proclamando che lo Stato dev’essere uno, e ugualmente di tutti. Benché sia però diviso al suo interno, e non solo dalle due classi sociali che si vanno profilando, ma anche dall’universale applicazione della divisione del lavoro. Tuttavia l’unità resta il requisito principale che deve avere lo Stato, e per questo lo si deve pensare simile a un uomo. Perché come tutte le diverse parti che compongono l’organismo, fanno capo al medesimo corpo, così tutti i diversi abitanti fanno parte della stessa città. Il che ci potrebbe anche stare, se non fosse per ciò che ne segue. Infatti, aggiunge Socrate, il singolo individuo reagisce tutto intero a una sensazione localizzata, come quando uno si pesta un dito. E lo stesso dovrebbe essere se un cittadino si fa male, oppure anche se gioisce, che allora tutti gli altri dovrebbero provare il medesimo effetto. Così che i piaceri e i dolori di ciascuno siano il più possibile condivisi dalla città intera.

Il quale ragionamento, se non proprio assurdo, è alquanto equivoco. Anzitutto l’auspicato sentire comune  richiederebbe una sorta di sistema nervoso dello Stato, che collegasse i cittadini tra loro. A traballare è però lo stesso paragone tra quello che è un corpo umano e quello che dovrebbe essere un corpo politico. È vero che ad esempio il cuore e il fegato stanno al corpo, così come ad esempio il contadino e il calzolaio stanno allo Stato. Tanto i primi quanto i secondi sono parti di un tutto, con ciascuno che svolge una propria funzione. Solo che gli organi corporei sono diversi e irriducibili tra loro; mentre i cittadini, pur nella loro differenza, hanno in comune il denominatore di essere tutti ugualmente uomini. A meno che non si voglia confondere l’oggetto con la funzione, e sostenere il non senso che il fegato sta al cuore come il contadino sta al calzolaio. Casomai un’analogia simile regge se si pensa lo Stato come il corpo di colui che veramente lo incarna, ossia il Re, o l’uomo politico in genere, ma non è questo il caso. Qui il filosofo intende proprio che ogni cittadino, così come anche ogni categoria sociale, è parte fisiologica dello Stato. Un po’ sulla stessa linea espressa prima ancora da Menenio Agrippa. Il quale nel suo celebre apologo aveva paragonato il Senato allo stomaco, e la plebe alle braccia di uno stesso corpo, che per vivere ha bisogno sia di nutrirsi che di lavorare. Pare che con quell’esempio il console romano convinse il popolo a fare pace con i nobili. E però con il risultato che i senatori continuarono come prima a mangiare senza lavorare, mentre ai plebei toccò ancora di lavorare per mangiare. In verità il paradosso di questo discorso, di Platone come del politico romano, è che l’unità dello Stato si salva solo a condizione di mantenere i cittadini divisi in classi separate.



4.4 Divisione classista della società

Finora non si è ancora parlato di politica in senso proprio. L’argomento compare nel terzo Libro della Repubblica, dove Socrate, conclusa l’esposizione del programma educativo, chiede a chi spetta di «comandare» (412b), e a chi di conseguenza obbedire. L’ovvia risposta è che il governo tocca ai guardiani, e più precisamente ai migliori tra gli anziani. Quelli che, dopo una carriera militare impeccabile, giunti in tarda età saranno ritenuti i più degni a detenere il potere. Stranamente la qualità discriminante di costoro si rivela essere un movente egoistico. Infatti, essi sono tenuti ad amare lo Stato come una madre il figlio, nel senso di volere il bene dell’altro come se fosse il proprio. Solo che è appunto perché il figlio le appartiene, che la madre è pronta a sacrificarsi, perché in lui vede se stessa. Così ne segue che anche il politico riserverà la propria dedizione totale alla città nella misura in cui si identificherà con essa, come se fosse una cosa sua. A parte e oltre questo, qui il filosofo spiega che il capo di Stato ideale è quello che per tutta la vita ha superato le prove cui è stato sottoposto, senza aver mai mancato al proprio dovere. La quale rigida selezione è garanzia di qualità della persona prescelta, per cui agli altri sarà meno gravoso sottostare alla sua volontà.

 E tuttavia, nonostante il merito riconosciuto di chi è preposto al comando, Socrate escogita uno stravagante stratagemma, ricorrendo a una «nobile menzogna» (413b) per convincere i cittadini al loro dovere di obbedienza. Questo contraddittorio concetto compare ed è spiegato all’inizio di questo Libro. Laddove abbiamo visto il filosofo sostenere che gli dèi non si sognerebbero mai di mentire, egli aggiunge che per gli uomini non è così. Nel senso però che la menzogna non è sempre deprecabile, perché in qualche circostanza può essere anche utile. E però come un «farmaco», che va somministrato nelle dosi giuste, che solo il medico può stabilire. Fuor di metafora, «spetta ai governanti, se mai qualcuno ne ha il diritto, mentire per ingannare i nemici o i concittadini nell'interesse della città, mentre tutti gli altri non devono fare ricorso a un simile espediente» (389b). E insomma qual è questa bugia detta a fin di bene. Che gli uomini sono nati dalla terra, quindi figli della stessa madre, e perciò tutti fratelli. Il che però non toglie la loro differenza, che è stabilita fin dalla nascita. Perché gli dèi pensarono bene che i capi politici fossero uomini d’oro, i militari d’argento, gli artigiani di bronzo e i contadini di ferro. Ecco, invece della fisiologia degli organi, vista poco fa, qui siamo alla chimica dei metalli. Un’immagine diversa, e però usata sempre allo stesso scopo di giustificare le disuguaglianze sociali. In questo caso c’è da dire che l’attribuzione delle competenze e dei ruoli non è rigidamente statica. Perché dai guardiani può nascere ad esempio un contadino, o viceversa, e quindi lo Stato deve vigilare affinché ciascuno ricopra l’incarico per cui è portato, indipendentemente dalla famiglia di provenienza. Questo criterio meritocratico è degno di nota, sebbene contrasti un bel po’ con quanto visto nel paragrafo precedente, a proposito della comunanza delle donne e dei figli esposta nel quinto Libro. Laddove sembra essere più la classe militare a replicare se stessa, anche attraverso il controllo eugenetico delle nascite. Inoltre, per uno strano caso, è proprio in quel contesto che compare l’altra menzogna salutare prescritta da Socrate. E stavolta non sotto forma di mito, bensì come una manovra messa in atto dai governanti. Sono loro infatti a supervisionare gli accoppiamenti tra i soldati, affinché le unioni avvengano tra i maschi e le femmine migliori. Le cerimonie organizzate a tale scopo, però, sono solo di facciata, per non far capire ai giovani che gli si impone con chi stare. Così solo per finta si estraggono a sorte le coppie, mentre in realtà tutto è già deciso da chi comanda. L’importante è che questi rapporti combinati non siano rivelati agli interessati, ma restino nascosti come se fossero un segreto di Stato. Sicché alla fine resta il dubbio, su quale fosse l’effettiva intenzione di Platone circa la selezione della classe dirigente. Perché un conto è la procreazione assistita tra guerrieri, sotto il controllo dei capi politici; e un altro è star dietro a tutti i nuovi nati anche tra il popolo, per scovare quelli che mostrano attitudine al comando, e allevarli di conseguenza.

Vediamo piuttosto come uno Stato classista, spacciato all’inizio per una «nobile menzogna», si riveli poi di fatto una nuda e cruda realtà dell’ideale platonico. Questo sì al passo con la teoria e la pratica politica di tutti i tempi. Ebbene all’inizio del quarto Libro Adimanto solleva un’obiezione pertinente. Chiede se il frugale stile di vita riservato ai guardiani, spartano nel vero senso della parola, non sia la più infelice condizione che si possa immaginare per degli uomini. Infatti costoro, che pure detengono il potere della città, però non ne ricavano alcun beneficio, e per vivere devono contentarsi delle elargizioni altrui. Mentre agli altri cittadini è concesso il diritto di proprietà, e perfino quello di fare per così dire impresa, arricchirsi e condurre una bella vita di lusso. Socrate replica che è vero, precisando che in effetti i guerrieri neanche sono pagati per il servizio che prestano, ma ricevono solo il sostentamento necessario. Per cui, privati del benché minimo potere d'acquisto, non hanno alcuna capacità di consumo o di svago, e vivono praticamente sulla soglia della povertà. Tuttavia non bisogna fermarsi alle apparenze economiche di quei provvedimenti, ma guardare invece al loro più profondo significato politico. Occorre insomma una visione d’insieme, per capire che, come dice il filosofo, «noi non fondiamo la città perché una sola classe tra quelle da noi create goda di una speciale felicità, ma perché l’intero Stato goda della massima felicità possibile» (420b).

Anzitutto vien da sé che una città felice è un concetto assai vago, come anche del resto una ricca o virtuosa. Perché ad essere felici, ricchi, o virtuosi, sono casomai i suoi abitanti. Soprattutto però salta agli occhi la curiosa concezione secondo cui il bene dello Stato, cioè la sua unità, poggia sulla divisione dei cittadini. Nel caso di Platone abbiamo in sostanza a che fare con due classi separate, nonché disposte in ordine gerarchico, ossia i guardiani sopra, e tutti gli altri sotto. Cosa che egli sostiene come se niente fosse, ma proprio perché a lui non interessano gli individui, e nemmeno le classi, bensì «l'intero Stato», come se parlasse di un’entità indipendente che ha una vita propria. D’altra parte lo stesso Socrate conferma che è così, con ciò che aggiunge a quanto appena detto. Egli nota infatti che non solo i soldati devono fare la guardia e vivere in povertà, ma anche i contadini e gli artigiani devono stare al loro posto, ossia lavorare e basta, senza tante distrazioni. Anche perché se un lavoratore diventasse ricco, allora come minimo smetterebbe di compiere il suo dovere. E se pure continuasse a farlo, poiché non più pressato dal bisogno, la qualità della sua produzione sarebbe certamente più scadente, e la quantità inferiore. Occorre quindi evitare la ricchezza, tanto per i guardiani quanto per il popolo, perché in entrambi i casi essa distoglie i soldati come i lavoratori dalla loro mansione, procurando un danno allo Stato. Attenzione però, perché anche in condizioni di indigenza i lavoratori verrebbero meno al loro compito, venendogli a mancare strumenti e materie prime per mettersi all’opera. Per cui in questo caso lo Stato deve badare a contrastare non solo la ricchezza, ma anche la povertà, affinché sia assicurata la produzione dei mezzi di sussistenza, indispensabile all’esistenza del corpo politico. Resta il fatto che se la felicità, almeno stando al senso comune del termine, si identifica con la ricchezza, allora nella concezione platonica accade che non ad una, ma a nessuna delle due classi è concesso di godersi la vita. Per cui si arriva al paradosso che la felicità dello Stato consiste nell’infelicità dei cittadini. I soli che sembrano fare eccezione sono i mercanti, i cui affari danno loro l’occasione di arricchirsi, e quindi vivere felici. E non a caso costoro sono a più riprese disprezzati da Platone.

Più avanti, ancora nel quarto Libro, Socrate cerca di spiegare in che senso quello che ha in mente sia uno Stato «perfettamente buono» (427e). Ebbene lo è perché esso possiede le quattro virtù cardinali, ossia sapienza, coraggio, temperanza e giustizia. Solo che subito si capisce come queste doti non appartengano alla città in astratto, bensì agli esponenti della classe dirigente. Appunto a confermare che lo Stato di per sé non esisterebbe, a meno che non sia incarnato dai suoi uomini. Quanto alle virtù citate, però, ce n’è una in particolare che non è esclusiva dei guardiani, bensì comune a tutti i cittadini, vale a dire la giustizia. Che qui si rivela come il rispetto del principio originario dello Stato, ossia la divisione del lavoro, e di conseguenza anche della società. Finché uno assolve al compito esclusivo che gli tocca, e per cui è nato, allora può dire di essere nel giusto. Se invece ad esempio un falegname si mette a fare il calzolaio, o peggio ancora il guardiano, allora commette ingiustizia, dato che così reca danno allo Stato. Perché solo se uno si dedica a una sola attività per tutta la vita, può farla al meglio possibile, mentre chi cambia mestiere non può che riuscire in modo approssimato. Perciò ciascuno deve stare al proprio posto, e non mischiarsi nelle competenze degli altri. In questo contesto Platone parla di «tre classi sociali» (434b) di appartenenza, che sono i governanti anziani, i giovani guardiani, e la rimanente popolazione. Si capisce però che questo numero dipende solo dal fatto che il filosofo ha diviso per due la prima classe. Esattamente come nella classificazione iniziale ha parlato di quattro metalli, che però sono distribuiti tra due classi, oro e argento nella prima, bronzo e ferro nella seconda. Appunto perché in realtà è lo Stato stesso, e non le sue classi, a dividersi per due, spartendosi tra chi dirige e chi è diretto, ossia tra chi comanda e chi invece obbedisce.

Eppure qui il filosofo insiste nella partizione proposta, perché lo schema triadico gli serve a fare il percorso inverso, che dalla città conduce al singolo individuo. Ricompare l’equivoca nozione dello Stato a forma di uomo, vista alla fine del precedente paragrafo, ma che in realtà Platone si porta dietro fin dall’inizio di questo Dialogo. Che, ricordiamo, era cominciato con la ricerca di cosa fosse la giustizia personale, il quale tema si è poi ampliato con l’esame della giustizia statale. Ecco quindi che ora Socrate si appresta a tornare sui suoi passi, per trovare la soluzione del problema di partenza. Un cambio di direzione che però suppone sempre il discutibile principio di identità tra l’uomo e lo Stato. Che nel presente caso egli formula nei termini seguenti: «sotto l'aspetto della giustizia, un uomo giusto non differirà in nulla dalla città giusta, ma sarà uguale» (435b). Stavolta il filosofo si sbilancia, aggiungendo che è l’etica individuale a determinare la politica collettiva, nel senso che sono gli uomini a trasmettere le loro qualità, o i loro difetti, allo Stato, e non viceversa. Il che è vero, ma assai generico, perché casomai sono i potenti quelli che imprimono il loro carattere alle istituzioni che dirigono. A parte questo, non è che Socrate voglia proprio dire che anche l’uomo sia in se stesso dissociato in classi separate, però quasi. Perché scopriamo che, come la città, anche l’anima umana è divisa per tre. E come lo Stato si spartisce tra governanti, guardiani e popolani, così le parti costitutive dell’anima sono la razionale, l’irascibile e la concupiscibile. Come infine le classi dello Stato, così le facoltà dell’anima sono addette ciascuna a una funzione specifica. La corrispondenza biunivoca tra dimensione statale e individuale è abbastanza ovvia, e si estende anche oltre. Perché in entrambi i casi entra in gioco pure l’ordine gerarchico delle parti, con i loro conseguenti rapporti di superiorità e inferiorità. Infatti, alla fine tutto dipende da chi comanda, ossia da quale delle parti prevale sulle altre, nel singolo come nella comunità. Il che non si decide pacificamente, bensì con la lotta politica tra le classi, come con il conflitto etico tra le facoltà.

Per scendere un po’ più nel dettaglio della psicologia platonica, diciamo che la parte razionale dell’anima è quella incline allo studio, e che quindi possiede il sapere, per cui si fregia di essere buona e giusta. All’estremo opposto si schiera la parte concupiscibile, che tende a soddisfare gli appetiti del corpo. Queste due facoltà contrarie, diciamo la ragione intellettuale e la passione sensuale, sono a senso unico, cioè la prima vuole solo sapere, e l’altra solo godere. Siamo al solito rigido schema della scissione psicofisica, che si basa sull’esagerata esaltazione della mente, di contro a una denigratoria mortificazione del corpo. Qui Socrate descrive la concupiscenza come voglia di mangiare, bere e fare sesso, definendoli comportamenti irrazionali. Il che sarebbe anche vero, nel senso però che quegli atti sono dettati da istinti naturali di sopravvivenza, per cui li si compie senza pensarci più di tanto. Laddove il filosofo li dipinge proprio come immorali desideri insaziabili di sensazioni piacevoli. Infine, e in mezzo ai due estremi, si pone la parte irascibile dell’anima, che si può definire l’emozione collerica. Un sentimento che fa agire d’impeto, cioè in modo impulsivo, senza riflettere. E che soprattutto si distingue per avere un doppio senso di marcia, proprio per la posizione media che occupa tra la buona ragione e la cattiva passione. La collera può infatti assecondare uno dei due estremi, e di conseguenza contrastare l’altro. Socrate precisa che essa è naturalmente portata ad appoggiare la ragione, per porre un freno agli smodati desideri carnali, ma può succedere anche che si decida per lo schieramento contrario.

Per tutto ciò l’anima si rivela essere come un campo di battaglia. Con le sue parti che, pur nella mutevolezza delle alleanze, sono comunque sempre in lotta tra loro. L’ideale etico è ovviamente che la ragione vinca e comandi, coadiuvata dalla collera, e che la concupiscenza invece obbedisca. Qui il rapporto di potere si qualifica più che altro come imposizione di un divieto, che la parte subordinata è tenuta a non infrangere. Tradotto in politica, il parallelo calza a pennello. Significa che i governanti, nei quali prevale la parte razionale dell’anima, devono dettare legge; laddove i soldati, collerici nel giusto verso, la devono far rispettare. Mentre la restante popolazione deve contenere le sfrenate voglie di cui è preda, come se fosse dedita solo a gozzovigliare. Occorre dire che sulla terza classe, a differenza delle prime due, Platone ha le idee piuttosto confuse. Qui la chiama una volta la parte dei «commercianti» (434c), e un’altra quella dei «salariati» (441a), cioè i lavoratori di più infima specie. Inoltre l’equivoco si ripete nel nono Libro, dove la tripartizione è riproposta. In questo caso il filosofo conferma che i capi politici amano la verità del sapere, mentre precisa che i soldati sono amanti della gloria militare. Laddove la terza classe si distingue per essere quella «avida di ricchezze e di guadagno» (581a). Perché il popolo, per poter indulgere ai sordidi piaceri, ha bisogno di denaro, e quindi vive cercando di procurarselo in ogni modo. Ora, in questo c’è un fondo di verità, perché in effetti alle prime due classi non servono i soldi per vivere. Così come è vero che gli uomini d’affari e i lavoratori fanno parte dello stesso gruppo sociale. Solo che confonderli in questo modo, e disprezzarli entrambi nella stessa misura, come se il profitto e il salario fossero indifferentemente semplice denaro, è quantomeno semplicistico e fuorviante.

A parte certi dettagli, quando si realizza la perfetta organizzazione politica, allora lo Stato è un trionfo di virtù, con la sapienza nella testa dei capi, il coraggio nel cuore dei militari e la temperanza nella pancia del popolo. Il quale miscuglio, se costituito nelle giuste dosi e con le dovute attribuzioni di competenze, è ciò che in una parola si può definire la giustizia. Peccato solo che questo filosofema si regga sulla più evidente disuguaglianza sociale. Infatti, risulta chiaro che alla classe popolare non tocca di pensare, proprio così come la classe dirigente se ne guarda bene dal lavorare. Perché anzi secondo Platone sarebbe proprio questa l’ingiustizia, che ad esempio un lavoratore si metta in testa di comandare, oppure che un governante si presti a coltivare un campo. Laddove la vera virtù, della città come del cittadino, è che ciascuna parte stia al suo posto, senza invadere il campo dell’altra. Davvero uno strano «equilibrio» (444a), quello auspicato dal filosofo, dato che le classi sociali, come anche le facoltà individuali, non sono poste accanto tra loro, ma le une sopra le altre. Di fatto i capi di prima classe decidono la sorte di tutti, cioè danno gli ordini, e li rendono esecutivi tramite la seconda classe, cioè le forze dell’ordine di cui dispongono. Senza che nessuno di costoro contribuisca in alcun modo al sostentamento della comunità, dalla quale sono anzi mantenuti, tanto importante è il servizio pubblico che forniscono. Laddove il popolo di terza classe, così servito a dovere, è tenuto a obbedire. I cittadini si trovano relegati nella loro sfera familiare privata. Lavoratori o imprenditori che siano, non hanno altri rapporti sociali che non siano di natura economica. Tutti quanti, chi per vivere e chi per arricchire, fanno quello che fanno per soldi. Uno scopo che Platone considera di per sé degradante, anche magari senza conoscere nel dettaglio il meccanismo del comprare e del vendere. Non è però un caso che i politici e i militari agiscono gratuitamente, cioè senza vendere se stessi, anche se è facile farlo quando sono gli altri che provvedono ai bisogni necessari per vivere. Mentre al volgo tocca di essere non solo ignorante e inclinato a soddisfare i piaceri carnali, ma anche avido, perché mercanti, artigiani e contadini agiscono solo se sono remunerati per farlo.

Sicché l’apparato statale si rivela per quello che è, ossia un’istituzione in mano a uomini che hanno il compito di porre un argine morale e legale alla «concupiscenza» del popolo. Ecco perché la giustizia di Stato, pur formulata dal filosofo con parole così suggestive, non è meno ingiusta di quello che è sempre stata, dall’alba della Storia fino ai giorni nostri. La tripartizione dell’anima non è quindi che la giustificazione etica e psicologica della divisione del lavoro e della società, ossia degli uomini. Il quale espediente, pur essendo efficace ed efficiente ai fini dell’ordine economico privato, come di quello politico pubblico, trascura totalmente i rapporti sociali, entro i quali soltanto si può perseguire e realizzare un autentico interesse e bene comune. Laddove ogni costituzione politica avulsa dalla dimensione comunitaria, reca in sé il germe di un’organizzazione delle relazioni umane che, a ben vedere, è assai più incivile, e diciamo pure più barbara di quanto non sembri.

 
4.5 Il sapere al potere

Alla fine del quarto Libro Platone rivela qual è la forma di governo che più si addice alla costituzione perfetta che ha in mente. Egli predilige il «regno» (445d), ossia lo Stato con un uomo solo al comando, precisando però che anche l’«aristocrazia», cioè una ristretta casta nobiliare, sarebbe ben accetta. I nodi vengono al pettine, e questo conferma quanto già visto finora, cioè il profondo spirito antidemocratico del filosofo. Il che suona perlomeno strano, dato che la sua città era la culla della pur discutibile democrazia antica. Il fatto è che lui, con la sua mania per il servizio militare, fu in realtà l’ateniese che sognava Sparta. Tuttavia egli si distingue per il fatto che la sua è una monarchia  non ereditaria, bensì elettiva, per così dire. Cioè il potere non si trasmette per via del sangue, da padre in figlio, ma in virtù del merito. Nel senso che i capi politici vanno scelti in base alle qualità intellettuali e morali che possiedono, anche se a decidere le nomine sono quelli che già comandano.

Come anticipato nel paragrafo 3.4, il prototipo di questo governante ideale è il filosofo Re, ma anche un Re filosofo andrebbe bene. Platone lo svela finalmente nel quinto Libro della Repubblica, e non senza una certa cautela. Egli ha ormai indicato i tratti salienti del suo progetto di uno Stato classista, tutto incentrato sull’educazione e la «comunanza» di vita dei soldati, tra i quali selezionare la classe dirigente. A quel punto succede che gli interlocutori del Dialogo esortano Socrate a fermarsi. Essi non vogliono continuare ad ascoltare le sue per quanto affascinanti proposte di legge, e lo incalzano affinché venga al sodo. Intendono sapere da lui se i provvedimenti istituzionali di cui parla siano effettivamente realizzabili. Al che il filosofo si mostra titubante, incerto se sia il caso di affrontare «un discorso così paradossale». D’altra parte il suo proposito era di illustrare un modello teorico di Stato perfetto, e non la sua attuazione pratica. Tuttavia l’insistenza degli altri lo convincono a passare dalle parole ai fatti. Così rivela che basta «una sola trasformazione» a rendere possibile il suo ideale politico. La ricetta, per quanto difficile e perfino ridicola possa sembrare, è la seguente:

«A meno che i filosofi non regnino negli Stati, o coloro che oggi sono detti re e signori non facciano genuina e valida filosofia, e non riuniscano nella stessa persona la potenza politica e la filosofia (...), non ci può essere una tregua di mali per gli Stati, e nemmeno per il genere umano» (473 d).

Si badi anzitutto come questo sia il solo caso che fa eccezione al principio universale della divisione del lavoro, che pure abbiamo visto essere costitutivo della stessa giustizia. Qui abbiamo il caso di una singola persona cui tocca di svolgere due per così dire mestieri, sapere e potere. E proprio questa violazione della regola al vertice dello Stato, è condizione perché la regola stessa sia rispettata dai cittadini. Ai quali è appunto proibito esercitare più di una mansione, per cui diventa automatico che essi non hanno accesso né allo studio e né al governo, ma solo al loro lavoro.

Comunque sia, con quell’affermazione che ha appena osato fare, Socrate si rende conto di aver sollevato un polverone. I suoi ascoltatori sono in preda a uno stato di agitazione, curiosi ma anche preoccupati, per i rischi cui andrebbe incontro se quella voce inaudita si diffondesse. Allora prende atto che per tranquillizzarli dovrà dare delle spiegazioni, e quindi propone di spiegare chi sia il vero filosofo. O meglio, quale sia la sapienza che lo distingue, dato che è proprio questa a far comprendere perché debba essere lui a prendere in mano le redini dello Stato. Come già sappiamo dal paragrafo 3.4, costui è una figura di uomo che possiede un mucchio di qualità. Egli però si identifica soprattutto  per essere lo scienziato delle «idee» immutabili, piuttosto che un’opinionista delle cose mutevoli.

Sennonché, dopo una lunga tirata sui pregi del vero filosofo, nel sesto Libro interviene l’amico Adimanto, il quale con garbo nota che le belle parole del Maestro contraddicono la realtà, e prestano il fianco a un’obiezione piuttosto seria. Sembra infatti che la filosofia sia roba da ragazzi, adatta alla formazione educativa dei giovani, ma che è meglio lasciarla perdere da adulti. Poiché i fatti mostrano come ciò che i filosofi di norma riescono a ottenere dall’attività che svolgono, è quello di essere «inutili alla loro città» (487d). Si tratta di un’osservazione analoga a quella fatta da un avversario, il sofista Callicle, già citato nel paragrafo 4.1. Il quale nel Gorgia (484c-486d) esorta Socrate a lasciar perdere la filosofia, che non si conviene a un uomo della sua età, e anzi costituisce la sua «rovina». Perché dedicarsi a spaccare in quattro il capello delle parole, non porta a niente di buono, ma solo a diventare inesperto negli affari che contano, e quindi isolato dal consorzio umano. Anche Callicle riconosce la funzione educativa che la filosofia ha per i giovani, e anzi la raccomanda. Per poi però aggiungere che un filosofo ormai avanti negli anni è ridicolo, perché sembra di vedere un adulto che balbetta come un bambino, e si perde in chiacchiere senza senso. Vedremo più avanti come Platone ritenga al contrario che la filosofia sia un’occupazione per adulti, la tappa suprema e finale di una vita dedita allo studio.

Quanto invece all’obiezione di Adimanto sull’inutilità dei filosofi, Socrate conferma a sorpresa che le cose stanno proprio così. Già nel paragrafo 3.4 si è fatto cenno al concetto platonico del pensatore che si trova a disagio nel mondo normale. E proprio qui, nella risposta all’amico, Socrate spiega per quale motivo questo succede. Sarebbe a dire che se è così, se non serve allo Stato reale, la colpa non è del filosofo  ideale. Ci sarebbe anzi da meravigliarsi del contrario, perché costui, come la sua scienza, è una roba dell’altro mondo, e quindi non c’è spazio per lui nella città terrena. Stranamente Socrate non se la prende tanto con la corruzione dilagante dei potenti, quanto con l’atavica ignoranza del popolo, pronto a farsi manovrare dalla retorica opportunista dei politici. Per la povertà spirituale di cui è preda, la gente comune segue chiunque si faccia avanti per comandare. E anzi «la pazzia del volgo» è tale da comportarsi come un malato in attesa che sia il medico a pregarlo di farsi curare. Così si crea una sorta di cortocircuito, tale per cui il popolo neanche si immagina di affidarsi alla guida dei veri filosofi, mentre questi ultimi se ne guardano bene dal farsi avanti per contendere il potere. D’altra parte costoro non hanno nemmeno il minimo interesse di abbassarsi al livello di una «massa» intellettualmente ignava, totalmente digiuna della concezione idealista, e che sa stare dietro soltanto alle meschine faccende della vita quotidiana. Perciò, per questa loro alterigia e riservatezza, le «nature filosofiche» sono incomprese dalla comunità, e quindi malviste. Tanto che conviene loro di vivere in disparte, se vogliono preservare la loro integrità morale. Sicché a colui che pure raramente nasce dotato per svolgere «l’occupazione migliore», quella cioè del governante sapiente, tocca invece di isolarsi dalla società. Piuttosto che compiere la «divina» missione  di riunire in una sola persona la cultura del sapere filosofico con l’esercizio del potere politico, costui non può riuscire altro che «inutile a se stesso e agli altri» (496d). Il guaio poi è che il filosofo onesto, ma disprezzato per la sua diversità, può generare un grave pericolo per lo Stato. Costui, infatti, come è capace di essere il più buono di tutti, allo stesso modo, se corrotto e deviato dalla sua strada, può anche degenerare nel peggiore degli uomini. E quando le anime belle finiscono distolte dalla retta via, succede che la filosofia, resa ormai «orfana», resta in balìa di quegli «omiciattoli» che per opportunismo la coltivano solo a parole, disonorandone la reputazione e alimentando il coro di calunnie contro di essa.

A tutto ciò si aggiunga che non s‘è mai vista una città retta da filosofi, proprio perché non esiste regime politico presente o passato che rifletta un modello del genere. Come a dire che nella realtà dei fatti non c’è incontro tra domanda e offerta di buon governo. E anche questo complica le cose, perché non essendoci esempio da seguire, né base su cui poggiare, l’intera legislazione e architettura del nuovo Stato deve essere approntata di sana pianta. Nonostante tutte le difficoltà, però, Socrate ostenta ottimismo. Per quanto arduo sia il suo progetto, egli non lo ritiene impossibile da realizzare. Se così fosse, sarebbe come ammettere che la stessa giustizia sia qualcosa di inattuabile, una pia illusione e un proposito fallimentare. Mentre è evidente quanto sia indispensabile metter mano a una radicale riforma della vita politica, se gli uomini hanno intenzione di superare lo stallo etico e sociale in cui versano. Certo, la via d’uscita non si vede, perché il governo dei filosofi presuppone l’esistenza dello Stato ideale, e viceversa. Non si può avere l’una cosa senza l’altra, e però nemmeno le due cose insieme, come per un colpo di magia. Nel paragrafo 3.4 si è visto con quale espediente Socrate ha pensato di trarsi fuori da questo impaccio. Basterebbe che un Re generasse un figlio filosofo, perché costui, una volta al potere, compisse il miracolo politico. Insomma, una sorta di provvidenziale salvatore della patria, preso da una «divina ispirazione» (499b), sembra essere la sola speranza che ci si può aspettare. Anche perché basta un uomo solo a costruire la città virtuosa, giusto a condizione che tutti gli altri obbediscano. Ecco dunque quali sono le scarne e anche inquietanti indicazioni pratiche, messe a disposizione di chi voglia attuare il progetto platonico di uno Stato perfetto. Alla fine di questo discorso Socrate ripete che «fino a quando la stirpe dei filosofi non diverrà padrona della città, non ci sarà tregua dai mali, né per la città né per i cittadini» (501e). Tuttavia queste altisonanti parole non bastano a sopperire la carenza di concretezza, che non a caso è tipica, poiché comune a ogni forma di idealismo.


4.6 Istruzione e obblighi dei filosofi

Nel paragrafo precedente abbiamo citato il sofista Callicle, che nel Gorgia accusa Socrate di essere ridicolo, perché in età avanzata continua a perdersi dietro le sottigliezze filosofiche, trascurando gli affari che contano nella vita. Mentre a certe dispute dovrebbero dedicarsi solo i giovani, e giusto come esercizio per la loro formazione culturale. Ebbene qui, ancora nel sesto Libro della Repubblica, Platone risponde indirettamente a questa obiezione, sostenendo il contrario. Ossia che la filosofia non è per niente roba da ragazzi, quanto piuttosto la tappa suprema e finale di una vita dedita allo studio. Perché anzi se uno vi si accosta troppo presto, quando ancora non è pronto a coglierne il significato, ecco che essa perde di interesse, e resta poi trascurata per tutta la vita. Invece nell’età della crescita va prediletta la ginnastica, per la cura del corpo, mentre solo al momento della maturità è bene darsi agli esercizi dell’anima. Finora si è parlato dell’educazione fisica e letteraria dei «guardiani», cioè le forze armate, preposte alla difesa esterna e all’ordine interno dello Stato. Poi che ai migliori tra i soldati anziani va assegnato il governo. E siccome questa mansione richiede una competenza filosofica, oltre che militare, ecco che «i più attenti guardiani devono essere filosofi» (503b). Abbiamo anche visto che secondo Platone ciascuno già nasce atto a svolgere il proprio compito nella vita, specialmente chi lavora. Inoltre che egli raccomanda la selezione artificiale dei guardiani, attraverso gli accoppiamenti mirati tra gli esemplari migliori. Ebbene in un certo senso anche filosofi si nasce, ma soprattutto in questo caso altresì lo si diventa, e ora cerchiamo di capire come.

Anche a questo proposito abbiamo già anticipato molte cose nel paragrafo 3.4, laddove si è parlato dell’«idea del bene», oggetto supremo della filosofia, nonché della divisione del sapere esposta con l’immagine della «linea». Argomenti che Platone tratta appunto nel sesto Libro della sua opera, dove inoltre definisce la massima disciplina come «scienza dialettica» (511c), termine su cui vale la pena fermarsi un attimo. Ebbene questa parola di origine greca (dialektikè) deriva da dialegesthai, che vuol dire 'dialogare', nel senso di 'raccogliere' insieme opinioni diverse. Si tratta dunque di un'arte o tecnica che ha a che fare con il linguaggio, qualcosa che ovviamente, a meno che non si voglia parlare da soli, presuppone sempre come minimo due soggetti che discutono tra loro. Perciò, già nell'accezione etimologica del termine, Platone è a buon diritto considerato il padre della dialettica, essendosi egli distinto appunto per l'aver adottato lo stile dialogico come esclusivo genere letterario. Quello del filosofo non è però solo un formale espediente scritturale, poiché per lui la dialettica è concreta espressione di verità; in contrasto alla retorica sofista, che mira invece solo a blandire il pubblico che ascolta.

Tuttavia la concezione platonica è ancora più intricata, dato che propone una duplice versione di dialettica. La quale si presenta da un lato appunto come una «scienza» compiuta, e dall'altro invece come un metodo di ricerca. Due aspetti che in effetti sono abbastanza inconciliabili, poiché in quanto sapere codificato, la dialettica è un contenuto ormai acquisito, stabilito una volta per tutte; laddove come metodo essa costituisce il procedere stesso della conoscenza, che quindi non può mai dirsi concluso. Si tratta quasi della contraddizione tra un sistema chiuso, definitivo, e un processo in divenire sempre aperto; tra la statica contemplazione di una presunta verità assoluta, che si pensa ormai raggiunta, e l'incessante movimento che invece insegue la conoscenza, senza però mai raggiungerla compiutamente. O ancora, per dirla in termini socratici, è la controversia tra un dogmatico credere di sapere, che pone fine alla ricerca, e l'euristico sapere di non sapere, che invece stimola continuamente l'indagine. Quanto al metodo dialettico, ne parlo con favore nel mio Economica di Platone, a cui rinvio. Qui, dove questo aspetto non interessa, dico solo che esso è già rintracciabile nella confutazione dialogica di Socrate, e poi perfezionato nella definizione logica dei concetti, come mostrato soprattutto nel Sofista. D’altra parte lo stesso filosofo considera la questione di metodo tutto sommato marginale, dato che per lui conta ovviamente la versione dogmatica della dialettica come «scienza» delle idee.

Chiarito ciò, arriviamo al programma educativo riservato ai filosofi, esposto nella seconda metà del settimo Libro. Anzitutto scopriamo che la musica e la ginnastica, così importanti nella formazione dei guardiani, sono materie semplicemente propedeutiche al vero sapere, perché servono giusto a curare il corpo e armonizzare il carattere. Quanto al popolo, neanche a parlarne. Benché il mestiere di contadino o artigiano richieda pure una certa dose di conoscenza, resta il fatto che, come ammette candidamente Socrate, «le arti ci sono sembrate tutte quante vili» (522b). A conferma di quanto sia radicata l’alterigia di Platone, e insopportabile il suo disprezzo per il lavoro, del quale peraltro non ha la minima idea di cosa sia. Egli vede solo le virtù e i meriti dei saggi, però scavando un abisso incolmabile tra il sapere e il fare, ossia tra l’uso esclusivo della testa, oppure delle braccia. Così che lo studio diventa in realtà un privilegio della classe dirigente, e la manualità qualcosa di umiliante per gente inferiore. Una concezione a dir poco ignobile, e non solo, perché addirittura spacciata per un ideale di giustizia, come il fondamento costituzionale di uno Stato perfetto.

Di fatto quella dei filosofi si rivela essere una vera e propria casta, nettamente distinta e distante dalla plebe, proprio come l’anima lo è dal corpo, e le «idee» dalle cose. Al solito Platone punta a realizzare l’unità della città attraverso una sistematica organizzazione gerarchica dei cittadini, divisi tra la sovranità dei pochi che stanno sopra, e la sudditanza dei molti che stanno sotto. Con in mezzo i militari, che però sono normalmente il braccio armato del potere, le forze dell’ordine dello Stato, dalle quali reclutare i futuri capi politici. Questi ultimi sono allevati con la maggior cura possibile, appunto secondo il semplice ma efficace criterio della loro separazione dal resto del mondo umano. Anzitutto Socrate precisa che il sapere non è qualcosa che si trasmette, perché se così fosse sarebbe una specie di miracolo, come infondere la vista a un cieco. Mentre, come sappiamo, secondo il filosofo l’anima ci vede benissimo. Essa osserva il mondo delle idee nientemeno che prima di incarnarsi, affacciandosi oltre i confini del cielo. Solo che quando nasce alla vita terrena essa dimentica tutto, e quindi le tocca cercare l’occasione di ricordare quanto già sapeva. Per questo l’insegnamento consiste piuttosto in «un'arte della conversione» (518d), che sappia far girare lo sguardo dei giovani promettenti dalla parte giusta, verso ciò che conta veramente. Il docente deve insomma distogliere lo studente dalla strada sbagliata, e indicargli la direzione da seguire, perché imbocchi lo scosceso sentiero della verità.  A tale scopo la parola d’ordine è puntare in alto, alla larga dai bassifondi difettosi del mondo naturale e dell’umanità ordinaria. La molteplicità, il mutamento, la generazione e corruzione di tutte le cose, i piaceri della carne, sono tutti «pesi di piombo congeniti al divenire», che trattengono l’anima attaccata alla terra e al corpo. Una zavorra da cui i giovani devono essere liberati quanto prima, se vogliono ascendere alle cime luminose dell’«essere» ideale e perfetto.

Entrando nel merito delle materie di studio, si capisce quanto il pregiudizio platonico sia profondo e tenace. Il primo sapere da insegnare è quello per così dire scientifico, ossia matematico, geometrico e astronomico. Il guaio è che queste discipline non sono considerate fini a se stesse, bensì giusto perché propedeutiche alla filosofia. Inoltre è curioso che il loro solo scopo pratico apprezzabile sia quello di essere utili alla guerra. Quanto alla capacità di saper contare e fare i calcoli con i numeri, Socrate insinua che nessuno la possiede veramente, a parte lui. Perché una simile competenza deve «condurre verso l'essere in sé» (523a) delle idee intelligibili, mentre non serve a niente se si ferma al pianoterra sensibile e superficiale del mondo. Anzi meglio, la Matematica è un prezioso strumento per scopi militari, mentre l’uso che pure ne fanno anche i mercanti è semplicemente deplorevole. Perché i soldati sono addestrati a guardare oltre la contingenza dei fatti, mentre gli affaristi non vedono altro che il loro profitto personale. Inoltre il filosofo matematico non si accontenta dei numeri per ciò che servono, ma vuol sapere cosa sono. Per esempio, di fronte a una foresta egli vede che è una, e però costituita da molti alberi. La quale contraddizione lo spinge a cercare e trovare «l'unità in sé, (...) la scienza dell'unità » (524e), ossia una nozione che lo eleva dritto al mondo delle idee. E lo stesso dicasi di tutti gli altri numeri, qualora li si voglia comprendere in se stessi, senza accontentarsi delle applicazioni pratiche che possono avere per noi. Perché solo in tal caso gli enti matematici sono una competenza del puro intelletto, e come tali costituiscono l’anticamera da dove accedere alla sfera del vero «essere».

Anche alla Geometria Platone riserva una sorte sostanzialmente analoga. Nel senso che la raccomanda come materia di studio, e però concepita a modo suo. Anzitutto anch’essa si salva per le importanti applicazioni che ha nelle operazioni militari. Per il resto, però, i presunti esperti di questa disciplina si perdono in dettagli materiali di basso rango, praticamente utili, ma teoricamente insignificanti. Nel capitolo precedente abbiamo visto come a Socrate non interessa questa o quella figura particolare, bensì ad esempio il «cerchio in sé», come nel Menone, oppure la «diagonale in sé», evocata con l’immagine della linea. Nozioni che a suo parere appunto orientano lo sguardo dell’anima verso l’alto, distogliendola dall’attardarsi in questioni pratiche. Perché il filosofo ambisce a contemplare le «idee» con la sola pura ragione, mentre considera uno spreco di energia, nonché un’inutile perdita di tempo, usare i sensi per star dietro alle cose sensibili. L’Astronomia gode invece di qualche riconoscimento in più, oltre a servire nella strategia di guerra. Perché tramite il movimento dei corpi celesti si misura il tempo che passa, cosa essenziale a determinare i cicli agricoli; inoltre la posizione degli astri indica la direzione da seguire, soprattutto nella navigazione. Tuttavia Socrate precisa che sebbene l’astronomo, nell’osservare il cielo, guarda in alto, ciò non significa che egli sia filosofo. Infatti, dato che le stelle sono oggetti visibili, costui fa pur sempre uso del senso della vista, e non della facoltà conoscitiva dell’anima. Così l’astronomo di professione nemmeno può definirsi propriamente scienziato, perché resta fermo al piano inferiore della conoscenza sensibile. Su questo Socrate è perentorio: «non riesco a credere che un'altra scienza spinga l'anima a guardare in alto, se non quella che concerne l'essere invisibile; e se uno cerca di acquisire qualche cognizione sugli oggetti sensibili, (...) affermo che non potrà mai imparare, perché di cose simili non esiste scienza» (529b). Come dire, appunto, che esiste solo la scienza e lo scienziato delle invisibili e intoccabili «idee», mentre tutto il resto è opinabile.

Eppure, nonostante questa controversa impostazione, Platone assegna grande importanza allo studio dei numeri, delle figure e dei corpi celesti. A queste materie devono essere introdotti già i fanciulli, però senza costrizione, bensì come un gioco, perché lo studio forzato non produce alcun risultato. Giunti all’età di vent’anni, i migliori tra i soldati sono selezionati per intraprendere un corso decennale di educazione superiore. Periodo in cui essi approfondiscono gli studi già fatti, però stavolta allo scopo di acquisire una «visione d’insieme» dei vari saperi, ossia il loro filo conduttore comune. Sicché il programma formativo prevede che solo a trent’anni i prescelti tra i più meritevoli abbiano accesso alla vera e propria «scienza dialettica» delle idee. Ormai il quasi filosofo, che è giunto alle soglie della massima disciplina, non ha più bisogno delle sensazioni corporee, e se è per questo nemmeno del mondo che lo circonda. A costui basta il pensare dell’anima che pensa se stessa, perché è nella propria interiorità che egli trova la verità dell’«essere in sé» di ogni cosa. La dialettica non si realizza però d’un botto, perché è anch’essa una sorta di cammino, che si compie solo una volta raggiunto «il limite estremo dell'intelligibile» (532b). Laddove si trova l’idea delle idee, il «bene in sé», che però ancora una volta è solo evocato. Infatti, questo super ente è per il filosofo un po’ come Dio per i preti. Ossia qualcosa che non si può descrivere o mostrare, se non per immagini, ma di cui l’esperto che ne parla deve pur convincere in qualche modo. Il colmo di Platone è poi chiamare supremo sapere quello che è in realtà l’atto di fede in una regione sopraceleste, mentre definisce una mèra credenza la conoscenza del mondo naturale. D’altra parte, una volta separata in modo così forzato la sensibilità dall’intelletto, gli restava solo «l'occhio dell'anima» cui appellarsi, per testimoniare la fondatezza delle sue fantasiose elucubrazioni. Dire poi che il dialettico esperto «sa rendere ragione dell'essenza di ogni singola cosa» (534b), non giova a spostarci di un millimetro dalle semplici parole. Perché sostenere ad esempio che una bella statua è la copia o un effetto del «bello in sé», il quale a sua volta fa capo al «bene in sé», non fa granché differenza dal ritenere che il mondo sia una creazione di Dio.

Quanto alla carriera politica dei filosofi, essa comincia a trentacinque anni, dopo un preliminare corso quinquennale di dialettica. A coloro che abbiano superato l’esame, vanno assegnati i primi incarichi pubblici, come funzionari militari e statali. Questo non significa ovviamente abbandonare gli studi, che anzi proseguono per tutta la vita, bensì cominciare a farsi le ossa sul terreno dell’esperienza. Solo all’età di cinquant’anni, e solo quelli che hanno confermato di possedere le doti necessarie, si laureano per così dire in filosofia, quando finalmente la loro anima arriva a conoscere l’idea del bene. A questo punto, forti di quella visione, sono pronti ad assumere il potere, per realizzare nella pratica il bene dello Stato. Ecco però il paradosso, che nonostante la carica di governo non sia a tempo pieno, ma a turno, pure i filosofi fanno resistenza a ricoprirla. Essi che hanno raggiunto le cime luminose della scienza, sono come il prigioniero uscito dalla caverna, che non ne vuole sapere di tornare indietro. Come nella città reale, anche in quella ideale il filosofo è un tipo che ama starsene appartato, perché i suoi desideri e interessi non sono gli stessi degli altri comuni mortali. Questo isolamento di norma gli riesce facile, poiché costui è in genere malvisto ed emarginato dalla società stessa. Laddove nella città perfetta una vita solitaria gli è proibita, dato che in questo caso sarà costretto, se necessario anche con la forza, a prendersi la responsabilità degli affari politici. Il motivo è semplice, ossia che i filosofi sono stati selezionati e cresciuti sotto l’ala protettiva dello Stato proprio a questo scopo, per cui una volta pronti non possono tirarsi indietro. Come dire che essi sono in debito, e prendersi la briga del governo è il modo che hanno di risarcire le spese del loro mantenimento. Ecco quindi che l’ascesa dall’oscura caverna alle vette del sapere non è un viaggio di sola andata, perché devono tornare sui loro passi. Gli tocca insomma di sacrificare quella condizione beata così faticosamente conquistata, e ridiscendere per forza sulla terra, a sporcarsi le mani nelle faccende umane. Sicché per i filosofi l'esercizio del potere, piuttosto che un’ambizione perseguita liberamente, si rivela essere una fastidiosa incombenza cui non possono sottrarsi. Glaucone chiede se questa non sia un’ingiustizia nei loro confronti, proprio come aveva già obiettato Adimanto a proposito del frugale stile di vita riservato ai guardiani, di cui si è detto nel paragrafo 4.4. E infatti la risposta di Socrate è la stessa, ossia che, più del bene individuale o delle singole classi, conta quello superiore dello Stato nel suo insieme. Egli aggiunge inoltre che la riluttanza dei filosofi a impegnarsi nella vita pubblica, e dunque l’obbligo che s’impone loro, è un requisito inaudito, ma essenziale per fare della buona politica. Infatti, al contrario di quanto accade normalmente, «la città in cui i futuri governanti sono meno smaniosi del potere, è necessariamente governata nel modo migliore e più stabile» (520d). Insomma, un po’ come dire che la vita più desiderabile è quella dell’aspirante suicida.

Con questo paradosso culmina il progetto politico di Platone. Che non è solo letteralmente utopico, ma il cui ideale si rivela piuttosto surreale. Egli ha in mente lo Stato proprio per ciò che è, ossia una struttura di potere, impersonata da un capo che esercita il dominio sopra i suoi simili, entro i confini di un dato territorio. Egli vede anche quanto siano meschini e opportunisti i giochi politici, ma questo non intacca il suo culto istituzionale e costituzionale. La città perfetta da lui sognata non si distingue da quella reale, se non per la qualità intellettuale e morale della classe dirigente. Il cui sapere e la cui virtù non sono però solo esclusivi di una ristretta minoranza, ma si reggono sulla traballante dottrina delle idee. In realtà il suo vero obiettivo è l’ordine pubblico, conseguito e mantenuto attraverso l’obbediente sottomissione dei cittadini. Permeato da un profondo spirito antidemocratico, privo della benché minima sensibilità sociale, il filosofo disprezza il popolo come una massa amorfa, ignorante, e dedita a gozzovigliare. Naturalmente la gente comune ha anche il dovere di lavorare, un’attività ritenuta altresì degradante, che si addice agli uomini di bassa lega. Con una simile, curiosa concezione della giustizia, Platone sventola la bandiera del Re filosofo come cura dei mali politici, però lasciando intatti i mali sociali. Vorrebbe realizzare il buon governo di un mondo umano dominato dalle solite disuguaglianze gerarchiche, scientemente pianificate, nonché dall’atavico sfruttamento degli uni da parte degli altri. Per dare poi credibilità al progetto, e fare una buona impressione, con un colpo di scena finale egli stravolge il più evidente dato di fatto politico. L’avidità, ossia la natura stessa del potere che vuole se stesso, deve far posto all’indifferenza, e anzi alla ritrosia. L’esperto «dialettico», che è stato cresciuto per decenni proprio allo scopo di dirigere lo Stato, quando gli tocca non vuole farlo. E tale diniego è condizione perché lo si costringa a esercitare quel presunto buon governo di cui solo lui è capace. La sola attenuante possibile di questa trovata, è che quella di Platone fosse un’aspirazione ingenua, se non illusoria, ma comunque sincera, di porre rimedio ai difetti della realtà.

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Indice e Introduzione

giorgiorst@gmail.com INDICE Introduzione a) Una filosofia religiosa b) Platone e il Materialismo c) Difesa e tradimento di Soc...