mercoledì 13 aprile 2016

Indice e Introduzione

giorgiorst@gmail.com




INDICE
Introduzione
a) Una filosofia religiosa
b) Platone e il Materialismo
c) Difesa e tradimento di Soccrate


1. Filosofia della morte di Socrate
1.1 Nel giorno del processo
1.2 Nel giorno dell’esecuzione


2. Problema giovanile dell’Idealismo
2.1 Prologo
2.2 L’Eutifrone
2.3 L’Ippia maggiore
2.4 Il Cratilo
2.5 Il Gorgia


3. Soluzione matura dell’Idealismo
3.1 Il Menone
3.2 Il Fedone
3.3 Il Fedro
3.4 La Repubblica
3.5 Il Parmenide


4. Etica e Politica
4.1 Tra il diritto del più forte e la giustizia del più saggio
4.2 Ipotesi sulla nascita della città
4.3 L’apparato militare dello Stato
4.4 Divisione classista della società
4.5 Il sapere al potere
4.6 Istruzione e obblighi dei filosofi


5. Scientifica
5.1 Il Timeo










Introduzione


a) Una filosofia religiosa


Fare i conti con Platone può sembrare un proposito arrogante, ma se ciò significa dire la verità, allora questo è. Filosofo ateniese, vissuto a cavallo tra il quinto e il quarto secolo prima dell'era cristiana, costui è il primo di cui si sia conservata l'opera completa. Inoltre, a renderlo così importante, è la stessa posizione centrale che egli occupa nel panorama del pensiero classico, in quanto discepolo di Socrate e maestro di Aristotele. Certo, non è solo questa circostanza generazionale a spiegare il successo che questo autore ha goduto lungo tutta quanta la storia delle idee. Perché sono ovviamente i germi della sua filosofia ad aver trovato il terreno fertile dove attecchire, ogni volta nuovamente, man mano che attraverso i secoli e i millenni si sono succedute le vicende della cultura occidentale. Sia chiaro fin da subito che quella platonica è una concezione assai più di stampo religioso, che non storico e scientifico. Ovviamente, dati anche i suoi tempi, non ci sarebbe niente di male in questo, se non fosse per il sovrabbondante raccolto che il seme di tale dottrina ha prodotto.

Per capirci, si può ben dire che, quanto alle radici culturali dell'Occidente, Platone è stato per la filosofia ciò che gli Ebrei sono stati per la religione. E non a caso è stato proprio un intellettuale ebreo di lingua greca, Filone di Alessandria, il primo che già al tempo di Gesù ha proposto una conciliazione tra l’idealismo platonico e la Bibbia, ossia tra la ragione pagana e la rivelazione profetica, o ancora tra il dualismo filosofico e il monoteismo religioso. In particolare costui ha interpretato la lettera del Genesi biblico attraverso lo spirito del Timeo platonico. Come egli sostiene nell’opera La fabbrica del mondo (§ 5), «il mondo intelligibile [di Platone] altro non è che il Logos [cioè il pensiero e la parola] di Dio». Per dire appunto che la divinità ebraica avrebbe creato prima il mondo incorporeo e celeste delle «Idee», sul cui modello sarebbe poi stato copiato il mondo sensibile delle cose terrene. Così che i semi di verità di Platone, anzi meglio le sue semiverità, troverebbero nel Giudaismo la definitiva conferma che si meritano. E non solo, perché la posizione intermedia del Logos ideale garantirebbe altresì l’assoluta trascendenza di Dio. Il quale non solo non può avere alcun contatto con il mondo materiale che pure crea, ma nemmeno può essere conosciuto, qualificato e quasi nominato in alcun modo dall'uomo.

Il fatto curioso è che questa operazione resterà isolata nella tradizione ebraica, mentre sarà fatta propria dai Cristiani, e più tardi anche dagli Arabi. Già il Vangelo di Giovanni, scritto in greco dopo Filone, esordisce con la formula che «In principio era il Verbo», ossia appunto il Logos. Lo stesso testo prosegue però con l’affermazione che «il Verbo si fece carne», identificandolo immediatamente con la persona di Gesù, e stravolgendo con ciò il senso sia della concezione platonica che di quella ebraica. Tuttavia questo non compromise l’influenza del Platonismo nell’elaborazione teologica, anche a costo di fraintendimenti ancora più vistosi. Basti pensare che Giustino, scrittore del secondo secolo, il primo che si espresse in difesa dei Cristiani perseguitati, nella sua Apologia prima afferma a più riprese che Platone si sarebbe ispirato nientemeno che a Mosè. Certo, questo atteggiamento conciliante non fu univoco, perché specialmente i Padri di lingua latina erano ostili alla filosofia, come ad esempio Tertulliano a cavallo tra il secondo e il terzo secolo, che giudicava il pensiero pagano estraneo alla fede. Laddove però con Agostino, morto nel quinto secolo, il platonismo cristiano è ormai per così dire canonizzato a tutti gli effetti.

In realtà quella sulla creazione del mondo è una teoria secondaria di Platone, esposta nel Timeo, quando egli era ormai vecchio. Quella fu un’opera scientifica a tutti gli effetti, ma proprio nel senso astronomico, geologico e biologico del termine. Tutti argomenti che però il filosofo giudicava di seconda mano, marginali rispetto alla conoscenza ben più importante delle «idee». Invece il suo vero cavallo di battaglia filosofico, questo sì squisitamente religioso, è il concetto dell'esistenza di un'anima immortale. Tasto su cui egli batte fin dal principio della sua opera, ben prima ancora che la dottrina idealista trovasse la sua formulazione compiuta. Infatti già i Dialoghi giovanili, e proprio quelli che raccontano della morte di Socrate, sono un inno alla concezione dell’anima. La quale si può intendere, in questo senso filosofico, come la più eminente facoltà di conoscere. La quale capacità, però, proprio in quanto così alta, è propria di un per così dire organo particolare, dotato della distintiva proprietà di essere incorporeo. Platone, riferendosi all’anima, parla anche di intelletto e ragione, ma senza intenderli come strumenti naturali della mente umana, che hanno sede nella massa del cervello, bensì appunto come sinonimi di una facoltà extracorporea della conoscenza. D’altra parte questa qualità immateriale non riguarda solo il soggetto conoscente, ma anche lo stesso oggetto conosciuto. Perché l’anima non apprende le cose, ma le «idee». E anzi essa sta al corpo proprio come le «idee» alle cose, cioè agli antipodi. Sono due mondi separati e diametralmente opposti, questo qui sensibile, e un altro soprasensibile, da qualche parte chissà dove.

Certo il concetto di anima non è originale, e lo stesso Platone l’ha mutuato dai Pitagorici. Se è per questo, però, la nozione della sua immortalità si trova già chiaramente espressa dagli Egizi; nonché, sebbene solo implicitamente, fin dalla Preistoria. Infatti, le sepolture più antiche ritrovate, risalenti a più di centomila anni fa, si distinguono per le copiose tracce di ocra, con cui verosimilmente erano cosparsi i cadaveri. Ed è proprio il colore rosso di questa sostanza a evocare il sangue, evidente simbolo della vita. Anzitutto quei selvaggi non abbandonarono più i morti per strada. Il corpo del defunto iniziava ad essere raccolto, custodito, sepolto e riverito. Quell’ocra rossa, poi, non solo simboleggiava, ma proprio certificava la credenza che il morto fosse ancora vivo. In qualche modo e da qualche parte, come spirito o anima nell’immaginario regno di un oltretomba. Così la nuda e cruda evidenza della morte si è trasformata nella più confortante concezione di uno stato apparente, una fase momentanea di passaggio verso un’altra destinazione. Questo meccanismo di pensiero fu del tutto spontaneo già per quei primitivi, che erano normalmente attaccati alla vita. Del resto quello di conservazione è l’istinto più forte in Natura, che domina l’uomo come ogni altra specie di organismo. Solo che a noi è dato di riflettere sulla morte, per cui si è reso necessario escogitare un antidoto psicologico per contenere lo sbigottimento che essa suscita. Che poi, evocare l’immortalità davanti alla morte, sia un espediente contraddittorio, non basta a scalfirlo. Dato essere manifesto ancora oggi nelle prediche ai funerali, che i preti in presenza della bara parlano quasi solo di vita. E lo fanno senza che nessuno osi interromperli, come se quelle ormai logore parole fossero attendibili. Indizio evidente di quanto ancora sia radicata l’ignoranza, ma anche l’ipocrisia dei fedeli. Perché per capire la morte basta conoscere la vita, e non occorre essere scienziati per questo.

È chiaro quindi come sia stata l’esperienza della morte a ispirare l’universale e atavica ideologia del suo contrario. I Cristiani si vantano che Gesù avrebbe per primo vinto il nostro destino naturale, ma questa pretesa ce l’avevano già i cavernicoli. Fin da allora la dimensione del sacro è sorta da sé, come risposta al quesito posto dall’enigmatica mortalità, l’evidentissimo smacco dell’esistenza umana, come di ogni altra forma di vita. Sicché, ben prima ancora che sotto forma di divinità, la religiosità è comparsa come culto dei morti, con il concetto di un aldilà oltre il mondo, nonché di un’anima oltre il corpo. Così può ben dirsi che non è tanto Dio ad aver creato la vita, quanto è piuttosto la morte ad aver generato gli dèi. Come conferma il fatto che certi pensieri sulla vita, la morte, e l’immortalità degli individui, sono familiari ancora oggi a tutte le latitudini, quale articolo di fede comune a ogni culto. Laddove ciò per cui Platone si distingue è che egli ha spacciato questa roba come vero e proprio sapere filosofico, del quale fornisce tutta una serie di per così dire dimostrazioni. Il guaio è che questi teoremi si reggono sulla sua presunta «scienza» idealista. Tanto che, come il filosofo stesso ammette in un passo del Fedone (76e), se non fossero le «idee», allora non sarebbe neppure l’anima. La quale ultima conoscerebbe la verità prima ancora di vincolarsi in un corpo, così che dopo l’incarnazione le basta riconoscere, cioè ricordare il suo misterioso e mistico oggetto. Per cui in fondo aveva ragione Filone l’Ebreo, che l’idealismo platonico, retaggio di una tradizione antichissima, ha a sua volta spianato la strada alle teologie monoteiste successive. E di sicuro non si può incolpare il pensatore greco del fatto che ancora oggi tanta gente continua a credere in certe cose. Forse il «divino» Platone, come spesso lo si definisce, pur essendo un pagano che ha ignorato il Dio biblico, sarebbe stato lusingato da tante attenzioni. Tuttavia, se avesse potuto esprimersi, è quasi certo che non avrebbe consentito a che la sua filosofia fosse snaturata in quel modo, piegata alle esigenze dottrinali delle religioni correnti.



b) La scrittura e lo stile

Platone è stato uno scrittore prolifico e di grande talento. I suoi Dialoghi sono, prima ancora del loro contenuto, capolavori della letteratura universale. L’adozione di questo genere letterario denota che egli non fu un filosofo sistematico, cioè uno che ha da trasmettere una dottrina prestabilita, come invece sarà ad esempio già il caso di Aristotele. Nei suoi testi Platone non si esprime in prima persona, rivolgendosi direttamente al lettore, bensì attua una messa in scena, facendo parlare altri. Ciascun’opera è una sorta di copione teatrale, quasi più uno spettacolo da vedere, che non un libro da leggere, e dove si assiste allo scambio di opinioni tra i personaggi, i quali sono però diretti dall’autore e regista che resta nascosto dietro le quinte. Addirittura i Dialoghi giovanili conducono a un nulla di fatto, con la discussione che si arena senza arrivare a una definizione soddisfacente dell’oggetto indagato. Il che appunto conferma il carattere non dogmatico dello scrittore, quasi che per lui contasse più la ricerca che non il risultato, o come si dice, il viaggio che non la meta.

Protagonista principale, soprattutto della prima produzione, è la figura di Socrate. Il quale probabilmente non avrebbe mai immaginato di diventare il portavoce ufficiale del suo più celebre discepolo. L’unico guaio è che leggendo i Dialoghi non si riesce a distinguere tra lui e Platone, ossia per così dire tra l’attore e l’autore dell’opera. Non sappiamo se Socrate reciti una parte, oppure se quelle che pronuncia, anche quando parla di se stesso, siano parole sue. Né abbiamo le prove per stabilire se la suggestiva descrizione del personaggio sia fedele, oppure aggiustata alle esigenze del copione. Il dilemma è insolubile, per cui l'unica cosa che si può fare è tenerlo presente. Tuttavia l’immagine rivelata dai Dialoghi, di quell'uomo apparentemente semplice, modesto, e dall'aspetto quasi trasandato, esercita comunque un fascino irresistibile. Quel suo modo così caratteristico di fare, nell'intrattenersi con gli altri a fare domande e confutare risposte, suscita un tale entusiasmo da far passare in secondo piano la questione se quella di Platone sia stata una vera o falsa testimonianza. Perché se anche la sua versione fosse inventata di sana pianta, ciò non toglierebbe nulla al valore universale di un tale esempio di umanità. Di certo si sa che il Maestro non ha scritto nulla, e poi dell'ingiusta condanna a morte che ha dovuto subire, per cui sorge spontaneo il paragone tra lui e Gesù. La differenza è che nel nostro caso, quanto a Platone, non possiamo dire se sia stato l’evangelista di Socrate, oppure di se stesso.

Ora, con l’artificio letterario del Dialogo, l’allievo ha senz’altro reso omaggio alla memoria del compianto vecchio amico. Con il suo stesso scrivere, però, Platone ha anche contraddetto il metodo socratico del parlare a viva voce. Almeno in parte, perché è appunto il dialogare del Maestro che i suoi scritti descrivono. La questione è complicata dal fatto che lui stesso nel Fedro (274b-278b) mette in guardia dalla scrittura, reputata inadatta tanto alla trasmissione, quanto all’apprendimento del sapere. Il noto proverbio latino recita che le parole volano, mentre gli scritti restano, laddove il nostro filosofo definisce le pagine scritte come «segni estranei» che distolgono l’anima da se stessa. Il fatto che il contenuto reso disponibile dalla scrittura sia fissato una volta per tutte, crea un distacco tra fornitura e fruizione di informazioni, che impedisce la relazione fondamentale della conversazione personale. Poi non solo la parola è viva, e la lettera morta, ma quest’ultima è anche paradossalmente muta, perché non può dare spiegazioni di ciò che dice, né rispondere alle obiezioni che solleva. Quello scritto è un discorso a senso unico, fatto solo per essere ascoltato, tipo quelli pronunciati nei tribunali, nelle assemblee, o nei teatri. Laddove il mutuo scambio verbale, invece di essere tracciato con l’inchiostro su carta, è come «scritto nell'anima» di chi è sinceramente aperto alla conoscenza, e non si accontenta di parole solo formalmente convincenti o divertenti. Certo, l’utilità della scrittura è che può circolare ovunque, ed essere accessibile a chiunque. Eppure, contrariamente a quanto si crede, simile espediente non aiuta la memoria, ma casomai la impigrisce. Tutt’al più il testo scritto può servire a chi già sa cosa legge, ma non a chi deve apprendere, perché in tal caso è indispensabile la comunicazione orale. Sicché ci vuole ben altro che leggere un libro per imparare qualcosa, perché quella autodidatta è solo una presunta conoscenza. Da soli ci si può giusto contentare di apparire sapienti, ma non si può riuscire altro che saccenti. Perciò la scrittura non può insegnare un bel niente, perché essa è comunque sempre una copia della parola, che perciò le sta un gradino sotto, come un dipinto è solo l’immagine di ciò che rappresenta.

Sicché in questi passi del Fedro lo scrittore Platone fa esplicitamente proprio il tratto distintivo di Socrate, che amava dialogare con le persone invece di scrivere libri, evidentemente perché riteneva che la relazione colloquiale superasse i limiti del mezzo letterario. Sempre stando alla testimonianza dei Dialoghi, i discorsi del Maestro cambiavano tono, a seconda di chi aveva davanti. Con i personaggi più in vista faceva l’ironico, smascherando le loro ostentate competenze solo apparenti. Un modo di fare che non era privo di rischi, perché non tutti accettavano a cuor leggero di essere messi in ridicolo da quell'uomo che sembrava tendere tranelli con le sue importune domande. Invece con i ragazzi l’approccio era diverso, ben più profondo e impegnato. In questi casi la presa di coscienza del proprio non sapere costituiva il primo passo nel cammino della conoscenza, l’indispensabile requisito per diventare ricercatore. Il paradosso è che già nell’Apologia Socrate confessa la sua stessa proverbiale ignoranza, e sostiene anche fermamente di non essere mai stato maestro di nessuno. Eppure la sua fu una missione educativa di tutto rispetto, solo che fuori dagli schemi, unica e inimitabile. Platone nel Teeteto (148e-151d) rappresenta il Maestro che rivela il segreto del suo insegnamento al giovane e promettente interlocutore. La sua arte segreta è quella dell’«ostetrico», lo stesso mestiere che aveva esercitato sua madre. Con la differenza che nel suo caso egli non aiuta il parto del corpo, ma dell’anima. I turbamenti che il filosofo suscita in Teeteto, che non sa rispondere all'incalzare delle domande, sono come le doglie di chi sta per sgravare i propri pensieri. Così Socrate, che pure, data la sua sterilità intellettuale, non può partorire la conoscenza, però assiste gli altri a farlo. Il suo compito non è quindi tanto quello di insegnare, quanto piuttosto di mettere in condizione l’altrui mente fertile a generare da sé il sapere di cui è gravida.

Questa però, che la verità sia dentro di noi, è una dottrina tipica e assai discutibile di Platone. Giusto con la differenza che per lui, tirar fuori quanto già si sa, significa ricordare invece che partorire. Tuttavia tale concezione ha di buono il concetto che il sapere non si può imporre meccanicamente dall'esterno, come qualcosa di preconfezionato. Addirittura nella Repubblica Socrate sostiene che è impossibile trasmettere la conoscenza, perché una cosa simile sarebbe come dare la vista a un cieco. Mentre chi insegna deve piuttosto indirizzare l’allievo a guardare nella direzione giusta dove cercare e trovare la verità. Come dire che i ragazzi vanno sottoposti agli opportuni stimoli, affinché arrivino da soli, e senza costrizione alcuna, a comprendere le cose. Secondo i criteri della pedagogia più avanzata, entrambi i filosofi lasciano intendere che la ricerca sia un fatto corale, comunitario, senza che gli studenti siano oppressi dal peso di qual si voglia autorità.

Resta il fatto che Socrate, non avendo scritto niente, è rimasto fedele a questo ideale educativo; mentre Platone, che pure ha condiviso lo stesso principio, no. Una sorta di incoerenza che salta agli occhi proprio per i suoi molti libri, e poi perché egli stesso ha dichiarato di prediligere la comunicazione orale, mostrando ostilità verso le insidie della scrittura. Il controverso argomento compare ancora in due Lettere, la II e la VII, nelle quali il filosofo addirittura nega di aver mai scritto alcunché circa la sua dottrina fondamentale. La prima missiva è inviata a Dionisio il giovane, tiranno di Siracusa. Un personaggio con cui Platone ebbe un burrascoso rapporto, perché aveva puntato su di lui per farne un Re filosofo, ma senza riuscirci. Qui i rapporti tra i due sembrano ancora distesi, benché siamo nel 364, dopo il secondo viaggio in Sicilia, in cui già erano sorti contrasti. Ciò nonostante Platone esorta ancora il tiranno allo studio, raccomandandogli però di mantenere segreti i suoi insegnamenti, che possono essere accessibili solo a pochi eletti. A tale scopo, affinché sia tutelata la riservatezza, gli consiglia di non scrivere, onde evitare che la dottrina finisca in mani sbagliate. Proprio come il filosofo dichiara di aver fatto egli stesso: «è per questa ragione che io non ho mai scritto niente su tali argomenti, di cui non esiste né esisterà mai uno scritto di Platone» (Lettera II, 314c).

Dichiarazione piuttosto sconcertante, e peraltro appunto ribadita, circa dieci anni dopo, nella VII Lettera. La quale, delle tredici conservate, è la più lunga e importante di tutte. Anche questa è spedita in Sicilia, e fornisce un resoconto dei tre viaggi che il filosofo ha compiuto laggiù. Stavolta i destinatari sono i parenti e gli amici di un certo Dione. Costui, membro influente della corte siracusana, era stato il vero discepolo di Platone, suscitando la gelosia del tiranno, che lo fece cadere in disgrazia per questo, finché non morì ammazzato a tradimento. Ebbene in questa lettera, tra l’altro, il filosofo rimpiange il tragico e fallimentare tentativo di realizzare il suo rivoluzionario progetto politico. Lamenta soprattutto la delusione suscitata da Dionisio, che pure sembrava fosse una provvidenziale promessa filosofica. Invece il giovane tiranno credeva di potersi istruire senza impegno, come se lo studio fosse qualcosa di facile e leggero. Così pensava che bastasse un’infarinatura superficiale, e recitare qualche formula ad effetto, per darsi l’aria di sapiente. Ciò che però più disturba Platone è la voce che gli è giunta all’orecchio, secondo la quale Dionisio avrebbe scritto su questioni dottrinali, e per di più spacciandole per roba sua. Cosa che il filosofo deplora, non solo perché aveva avvisato il tiranno di non scrivere su certi argomenti, ma anche perché nemmeno lui stesso ha mai osato farlo. Infatti su quelle cose intime e delicate, come egli precisa, «non c'è, né vi sarà, alcun mio scritto» (Lettera VII, 341c). Primo perché questo sapere, come già detto nella Lettera sopra citata, è accessibile solo ai pochi capaci di recepirlo, e quindi non deve essere divulgato oltre, per non rischiare che sia frainteso. E poi perché esso è proprio qualcosa che non si può comunicare per via ordinaria, e dunque tantomeno con «discorsi immobili», come sono quelli scritti. I principi primi della filosofia sono piuttosto una rivelazione interiore, come una luce nell’anima, che brilla all’improvviso in chi ha perseverato nella ricerca; come un fuoco che, una volta acceso, poi non ha bisogno d’altro, dato che si alimenta da sé.

Ora, lasciamo perdere l’alone misterioso di cui Platone si circonda, e anche la conseguente concezione elitaria della conoscenza. Qui però, e in prima persona, egli sembra chiaramente escludere la possibilità di una versione letteraria della sua dottrina. Il che, di nuovo, sorprende assai, tanto più se solo si pensa che all’epoca della VII Lettera il filosofo era ormai ultrasettantenne, e aveva già composto tutti i suoi più o meno trenta Dialoghi. Questa ambiguità tra intenzione e azione non si risolve, se non con delle supposizioni. A quanto sappiamo, Platone nel Fedro svaluta la scrittura, pur avendo redatto migliaia di pagine. E poi in due lettere nega di aver scritto alcunché su quanto ritiene più importante, come se le sue opere fossero un semplice diversivo. L’evidente contraddizione verrebbe meno solo ammettendo l’alquanto improbabile ipotesi che il fulcro del suo pensiero non sia la dottrina delle idee, ma un’altra di cui ignoriamo l’esistenza. Tanto bene ci si è messo anche Aristotele a complicare le cose, laddove in un passo della Fisica (IV, 15) allude a certi «cosiddetti insegnamenti non scritti» di Platone. Senza però specificare a che si riferisse, e lasciando ai posteri l’impossibile compito di stabilirlo. Forse è più credibile pensare che Platone con quelle esternazioni abbia voluto mantenere fede all’esempio della comunicazione orale di Socrate, ma solo fino a un certo punto. Così ha adottato una via di mezzo tra la viva voce e il trattato sistematico, scrivendo appunto i celebri Dialoghi. Dove ha reso immortale la memoria dell’amato Maestro, e proprio di quel suo modo di fare irripetibile.






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